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venerdì 4 marzo 2016

E a Piazza Affari scoppia il caso Carige



Partenza in positivo questa mattina per Piazza Affari che era partita ottimista sull'onda di un petrolio la cui produzione, almeno sul fronte statunitense, era arrivata ai miimi da quasi un anno e mezzo. Se poi questo dato abbia alimentato entusiasmi eccessivi o meno non è dato sapere dal momento che il vero tallone d'Achille di queste ore è tornato ad essere il settore bancario.

Il caso Carige

Nello specifico Banca Carige a cui la Bce ha chiesto di presentare un nuovo piano di finanziamento e un altro piano industriale, il primo entro il 31 marzo del 2016, il secondo entro il 31 maggio sempre di quest'anno.

Questo perché la situazione attuale discosta non poco rispetto alle previsioni iniziali. Il mercato ha subito bocciato l'iniziativa ormai immemore del rialzo e della fiducia data al titolo poco più di 24 ore fa quando il cda uscente aveva presentato i nomi dei suoi successori tra i quali figuravano Vittorio Malacalza, che controlla il 17,58% di Carige, Giuseppe Tesauro, ex presidente della Corte costituzionale e Guido Bastianini, direttore generale di Sator.
Nello stesso tempo però i vertici della società, il presidente Cesare Castelbarco Albani e l’ad Piero Luigi Montani hanno dovuto confermare i ribassi delle proiezioni sui risultati consolidati del 2015 rispetto a quanto avevano comunicato solo 30 giorni prima; numeri alla mano la banca vede una perdita netta pari a -101,7 milioni di euro contro i -44,6 precedenti, a causa della svalutazione dell’avviamento residuo iscritto in Banca Carige per 57,1 milioni; Cet1 ratio al 12,2% e il Tcr al 14,9% come già detto.

La crisi sui bancari

Ma dall'istituto di credito hanno ricordato “la solida posizione di liquidità, con disponibilità liquide e attività libere stanziabili superiori ai 2 miliardi di euro e un Liquidity Coverage Ratio superiore al 100%, al di sopra del target minimo richiesto dalla Bce (90%)”, una precisazione che non evita un calo sul listino milanese da parte di tutto il settore del credito, già di per sé fragile dopo un inizio anno particolarmente difficile.

Infatti intorno alle 11 si registravano passivi un po' su tutti i nomi: Ubi Banca a -4,5%, Unicredit a -3,55%, Mps -2,8%, Bper -3%, Mediobanca -2,4% e Intesa Sanpaolo -2,6%. Senza contare Banco Popolare -3% e Bpm -3,3%.

BP e BPM

Proprio su questo fronte e cioè sulla ormai lunghissima trattativa per una fusione tra BP e BPM, si deve registrare un intoppo che, all'interno del generale ritorno al nervosismo, potrebbe peggiorare il clima: i sindacati di BPM hanno già messo le mani avanti su una fusione che non dev'essere data per scontata vista la caratteristica peculiare di entrambe le banche e cioè quella di essere particolarmente legate al territorio: una fusione rischierebbe di creare sovrapposizioni e, quindi, licenziamenti.

Da un punto di vista strettamente finanziario arriva anche un piano presentato alla Bce per un calo dei crediti in sofferenza al 21% di quelli totali, tradotto in cifre si parla di 8 miliardi di crediti deteriorati ma anche in questo caso il margine d'azione è molto risicato perché sarà necessaro liquidarli il prima possibile ma nel mgliore dei modi ossia quello che permetterà di evitare troppe perdite che costringerebbero entrambe le banche alla ricapitalizzazione.

Una quadratura del cerchio che vede come sole strategie al vaglio quella di una road map di tre anni e mezzo per la metabolizzazione del pacchetto oppure una gestione da parte di una governance con tre vicepresidenti.


Fonte: News Trend Online

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