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lunedì 29 febbraio 2016

Torna la deflazione. E per Citigroup anche la guerra valutaria



A un anno dalla sua nascita il QE porta in dote lo scherzetto di una deflazione che ritorna un po’ su tutto il Vecchio Continente, prima di tutto in Italia.

Il ritorno della deflazione

Le rilevazioni dell'Istat prevedono una diminuzione dei prezzi al consumo pari a -0,3% su base annua e di -0,2% su base mensile.Nel mese precedente c'era stato un aumento dello 0,3% sull'anno e un calo dello 0,2% sul mese con punte maggiori sul settore alimentare che arriva a -0,1% su base mensile e a -0,4% su base annua.
Per quanto riguarda l’Europa la tendenza non cambia: l’Eurostat a febbraio conferma un indice a -0,2% rispetto a gennaio e -0,3% su base annua. 
Lo scopo che un anno fa Mario Draghi voleva raggiungere dopo un'aspra battaglia contro la Bundesbank allora contraria, come ggi, a qualsiasi intervento da parte della banca centrale europea, era quello di riuscire a rialzare le aspettative sull'inflazione.

Le cause

In realtà, complice anche la tempesta sul petrolio e sulle materie prime, l'obiettivo è stato raggiunto solo parzialmente dal momento che l'euro è riuscito a restare a livelli piuttosto bassi nonostante la tempesta sui mercati valutari e la guerra valutaria in corso anche se solo ufficiosamente.
A dare una mano anche il biglietto verde che fino a qualche tempo fa era sulla pista di lancio per un rialzo favorito dalla prospettiva di una stretta sul costo del denaro, stretta che era stata fatta intendere e che invece adesso potrebbe venire ripudiata. La parità tra euro e dollaro al momento non è visto che il rapporto viaggia su 1,10.

Da parte sua, invece, l'inflazione è tornata a scendere e a lasciare il posto a quel Mr Hyde che ormai gli analisti hanno individuato nella deflazione. Il problema di fondo però, quello che fa temere che l'Europa non raggiunga i suoi obiettivi sul costo della vita nemmeno sul lungo periodo e cioè quando l'effetto petrolio sarà neutralizzato, arriva dalla presa di coscienza che sempre più difficoltà strutturali stanno venendo al pettine nel Vecchio Continente e che la possibilità di integrazione tra i vari stati, le varie economie e le varie politiche diventa ancora più difficile se si aggiunge anche il problema, anch'esso legato all'integrazione, egli immigrati.

I problemi della base

A cedere è la struttura e quando una struttura cede il problema spesso è nella , quella che, in Europa, sconta la disoccupazione, la pressione fiscale, la diminuzione del potere d'acquisto e, quindi, diminuisce la domanda anche dei beni di prima necessità, visite mediche specialistiche comprese.

Per questo, sebbene crescano le attese sulle prossime mosse della Bce, in parallelo arrivano anche i timori che i provvedimenti che prenderanno da Francoforte (possibile implementazione dei tassi negativi sui depositi, eventuali altre misure di finanziamenti agevolati alle banche, aumento degli acquisti sugli asset mensili, sia nella quantità che nella tipologia) non andranno oltre alla sfera finanziaria se non addrittura a quella valutaria limitando i benefici solo su un euro che resterebbe relativamente debole in un mercato invaso dalla svalutazione competitiva, svalutazione che, a sua volta, non ha portato nessun miglioramento nemmeno sul fronte del commercio globale.

La view di Citigroup

Come se ciò non bastasse si unisce al coro dei dubbiosi anche Citigroup sconcertata dal fatto che il meeting del G20, privo di una qualsiasi soluzione si tanti problemi che ha dovuto affrontare, non sarà un punto di riferimento per i mercati, sempre più confusi sulla direzione che l’economia mondiale è sul punto di prendere e ancora di più sul fatto che potrebbe non prenderla affatto.

L’incontro di Shanghai, infatti, non è andato oltre ad una dichiarazione retorica, come detto anche dal capo economista di Citigroup Willem Buiter che individua  in un accordo sui tassi di cambio e sulle operazioni di di stimolo fiscale regolato in base alle esigenze dei vari paesi le uniche soluzioni possibile e non adottate dal vertice. 

Non volendo abbandonare i benefici estemporanei di una guerra valutaria che nulla porta sul lungo periodo, si preferisce evitare impegni sul lungo termine con il rischio che l’economia mondiale, priva di una leadership e di un’intesa internazionale, possa facilmente essere preda di una recessione.
Fonte: News Trend Online

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