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venerdì 26 febbraio 2016

Tanta volatilità, non troppa

Sin dai tempi dell’Antica Babilonia, quando il trading – allora definito genericamente “commercio” – era nelle mani dei takamaru vi era una verità ritenuta incontestabile: per conoscere il futuro andamento dei prezzi, giova conoscere l’evoluzione della volatilità degli stessi.
La volatilità di mercato fornisce utili indicazioni agli analisti, in particolar modo quando si colloca su estremi particolarmente significativi.
Quando si parla di volatilità, quasi tutti si soffermano sul VIX, l’indicatore della volatilità mediamente contenuta nelle opzioni at the money sull’indice S&P500.
Sfortunatamente però il VIX è (retro)calcolato soltanto a partire dal 1990, il che ci priva di profondità nelle analisi storiche.

A meno che si ricorra ad una valida approssimazione: storicamente l’andamento del VIX è replicato abbastanza fedelmente dalla media a 100 giorni delle variazioni assolute giornaliere (grafico sotto):
Nella figura il VIX (linea blue, scala di sinistra) si sovrappone plasticamente al nostro rudimentale indicatore di volatilità.
In questo modo non solo possiamo calcolare un “VIX sintetico” per la borsa americana dalla fine del XIX secolo ad oggi ma, allo stesso modo, possiamo calcolare un VIX per tutte le borse mondiali.
Detto, fatto: abbiamo preso in considerazione il “VIX sintetico” per tutte le 23 borse occidentali le cui azioni sono incluse nel paniere del MSCI World, pervenendo ad una interessante misura:
La volatilità delle borse mondiali (occidentali, per meglio dire) è salita vistosamente, da quando la Fed si è impegnata nel processo noto a tutti con il nome di “tapering”.

È come se il torpore in cui gli investitori sono caduti, dal 2009 in poi, sia venuto meno. E’ come se l’effetto soporifero del QE fosse stato progressivamente superato.
La volatilità è passata dai livelli infimi di fine 2014, a più dell’1%, oggi.
Si tratta, lo ripetiamo, della media dei “VIX sintetici” calcolati per le prime 23 borse occidentali al mondo. La volatilità dunque è salita. Ma possiamo parlare di volatilità elevata? Pare di no, vediamo perché.
Le attuali rilevazioni di volatilità globale sono molto inferiori a quelle estreme che coincisero con i minimi del 1998, del 2002, e del 2008-2009.

La volatilità è sì cresciuta, ma non è affatto estrema: per toccare vette “insostenibili” dovrebbe crescere dai correnti livelli di non meno del 50%.
Questo ovviamente non esclude che i mercati azionari possano nelle prossime settimane abbozzare una reazione, dopo i ribassi dei mesi passati.
Tuttavia resta un indizio (non una prova) che un minimo definitivo non sia stato ancora registrato.
Autore: Gaetano Evangelista Fonte: News Trend Online

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