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lunedì 22 febbraio 2016

Rimbalzo petro-dipendente


La settimana centrale di Febbraio, dopo la devastante serie di settimane negative che l’hanno preceduta in questo 2016, ha finalmente evidenziato il segno positivo per le principali borse azionarie.
Ma occorre osservare che lo strappo rialzista, che ha caratterizzato il rimbalzo, è avvenuto nei primi 3 giorni della settimana, accompagnatosi ad un analogo sussulto di ottimismo per le quotazioni del greggio.
La notizia dell’accordo tra alcuni grossi produttori per bloccare la produzione di greggio ai livelli di inizio gennaio ha stimolato qualche fiammata speculativa rialzista, ma soprattutto ha convinto alcuni ribassisti a chiudere le posizioni short, consentendo ai prezzi (future WTI Crude Oil per consegna aprile) di riavvicinare i precedenti ed ultimi massimi discendenti del lungo trend ribassista, a quota 34,80 dollari al barile, allontanandosi dai minimi appena sopra i 26 dollari dell’11 febbraio.
L’entusiasmo sul petrolio si è subito propagato ai mercati azionari, che hanno registrato un andamento speculare, grazie al ritorno di timidi compratori, ma soprattutto alla chiusura di un bel po’ di operazioni ribassiste.
Ma la forza del rimbalzo si è rivelata simile alla forza delle attese che l’accordo si estendesse agli altri membri OPEC, condizione necessaria per la sua concreta attuazione.

Dopo 3 giorni di speranze e fervore speculativo, si è capito che né l’Iran, né l’Iraq avevano intenzione di andare oltre un appoggio generico agli sforzi (degli altri!) per bloccare l’offerta di greggio in un mercato saturo da parecchi mesi, neppure più in grado di stoccare le eccedenze in attesa che vengano ritirate da qualche compratore.
Si sono pertanto sgonfiate le aspettative e si è capito che la strada da percorrere per convincere tutti a fare la loro parte è ancora in salita.

I prezzi sono allora tornati indietro, sotto i 32 dollari.
E così anche i mercati azionari hanno collezionato un paio di sedute di correzione del violento rimbalzo.
Il saldo settimanale è rimasto ancora positivo: largamente per molti tra quelli che erano scesi maggiormente le settimane precedenti (+6,8% il Nikkei giapponese, +4,2% l’indice dell’eurozona Eurostoxx50); meno per altri (+3,5% per l’indice cinese di Shanghai e +2,8% per SP500).
Il nostro Ftse-Mib, con un modesto +2,4%, risalta ancora come il più debole, sempre davanti agli altri quando si scende e dietro invece quando si risale.
Il dato significativo è che nessuno degli indici citati è riuscito a fornire, per ora un segnale di inversione. Le trend line ribassiste, fortemente inclinate, che guidano l’impulso negativo della prima parte dell’anno, hanno finora resistito.

Solo l’americano SP500, che è l’indice, come sempre, dotato di maggior forza relativa rispetto agli altri, è riuscito nell’impresa di violare la sua, ma si è fermato, per ora, prima della forte resistenza di area 1.950. L’attacco a questo ostacolo, che lo ha già respinto due volte il 13 gennaio e l’1 febbraio, sarà il compito da svolgere questa settimana e l’esito di questo impegno fornirà indicazioni importanti per il prossimo mese.

Se dovesse riuscire l’impresa di protrarsi al di sopra, verrebbe completata una figura di inversione di breve (doppio minimo), che potrebbe ripetere lo scenario visto nel mese di ottobre, quando il mercato USA riuscì a recuperare quasi tutta la scivolata di agosto. Anche in questo caso la proiezione rialzista sarebbe molto rilevante, tra 2.080 e 2.100, cioè a pochi punti dai massimi assoluti.
Potrebbe, in sostanza, consentire al mercato di tornare in condizione di neutralità, all’interno del trading range, compreso tra i 2.000 e i 2.135 punti, entro cui l’indice americano ha trascorso 12 degli ultimi 16 mesi.
Evidentemente la rottura della resistenza da parte di SP500 fornirebbe anche agli altri mercati il coraggio di estendere il recupero, che ha molta più strada da fare per risollevare gli indici europei e quelli dei paesi emergenti dalla condizione marcatamente ribassista che stanno vivendo.
L’incapacità dell’America di trascinare tutti all’ottimismo potrebbe invece far tornare i nuvoloni neri sui mercati azionari mondiali, che non riescono ancora a comprendere se ci si sta avviando verso una recessione globale oppure, ancora una volta, si riuscirà a dare un calcio al barattolo con un po’ di allagamento monetario, in arrivo da Draghi e forse nuovamente da Kuroda.
Per questi motivi è bene non mettere il carro davanti ai buoi e soprattutto non scambiare i buoi per tori.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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