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giovedì 25 febbraio 2016

Perchè si parla sempre più spesso di recessione?


Partiamo prima di tutto dal fatto che più che se oggi si sale, il trend non è certo questo anche perchè l’inizio dell’anno è stato più che mai contrassegnato da numerosi crolli che hanno dimostrato la fragilità dei mercati e soprattutto quella delle ormai esauste misure di politica finanziaria che le banche centrali stanno adottando arrivando all’adozione, ormai su larga scala, dei tassi negativi, andando a cancellare, o per lo meno a correggere vistosamente, tutte le leggi che finora hanno regolato il mercato.

La realtà manipolata

Una conferma, anche del fatto che la manipolazione dei prezzi di un po’ tutti gli asset ha raggiunto proporzioni a dir poco preoccupanti.
Per quanto gli ultimi anni siano stati contrassegnati da rally continuati è facile vedere come questi siano coincidenti con la sempre più evidente presenza degli istituti centrali e delle politiche di accomodamento monetario; ed è stato proprio questa ingegneria finanziaria alla base di un aumento dei prezzi che non è coinciso con un corrispondente aumento del valore intrinseco dell’asset stesso e da qui le basi di una crisi che in molti stanno vedendo in arrivo e, per di più, la cui gravità è facilmente paragonabile a quella del 2008 con la differenza che allora le banche centrali riuscirono ad intervenire, adesso invece, anche ammesso e non concesso che ci riuscissero, non avrebbero che margini estremamente limitati e spesso addirittura creati ad hoc per farlo. 

Chi sono i colpevoli?

Tra le condizioni che stanno favorendo l’arrivo di questa crisi, oltre alla già citata sopravvalutazione delle attività finanziarie, resiste ancora una presenza significativa della leva finanziaria, un’innegabile bassa crescita e una ricerca del rischio spesso ingiustificato a causa di un rendimento basso ovunque: i titoli che si potevano ancora fregiare del rating investment grade hanno visto un calo costante e questo, unito alla mancanza di rendimenti appetibili ha fatto sì che gli investitori si spostassero sempre più spesso verso i titoli a maggior rendimento, spesso sul fronte degli emergenti, e anche a maggior rischio con emittenti particolarmente instabili, Africa e Asia in testa. 

La storia dell'Europa...

Per l’Europa, poi, la situazione è ancora più difficile: a suo tempo gli stati, di fronte alla crisi del settore bancario riuscirono a salvare al situazione intervenendo con massicce dosi di liquidità ma questo non fece altro che far esplodere il debito mentre le regole di austerità imposte dall’Unione Europea impedivano, ed impediscono tuttora, qualsiasi investimento pubblico di ampio respiro costringendo maggiormente l’economia in una morsa che la fa soffocare.

Di fronte a questo quadro, dovendo rispondere alla Bce su requisiti di capitale e sulla gestione delle sofferenze, ovviamente le banche non prestano più, lasciando però immobile la liquidità. Ecco la necessità di smobilitare tutto costringendo il sistema sotto la minaccia di tassi negativi. 

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e quella degli Usa

Anche dagli Usa la situazione non è rassicurante: la moda del buyback ovvero il riacquisto delle proprie azioni in modo da farne artificialmente aumentare il valore, è diventata endemica a Wall Street così come anche l’andamento delle fusioni e delle acquisizioni.

Per quanto il driver principale dei prezzi delle azioni resti la liquidità, il 70% al 80% del rialzo è arrivato grazie ai tagli sui costi più che dalla crescita dei ricavi. Cosa significa questo? Che il lato “produttivo” non è più attivo, se non in minima parte e che i vantaggi arrivano da strategie alternative che possono valere sul momento (come il taglio dei costi, appunto) ma che non permettono di creare crescita sul lungo periodo.
Altro dato interessante è quello che vede dalla metà del 2014, i margini di profitto delle imprese in stagnazione se non in calo. In questo caso tra i fattori è bene considerare sia l’andamento del petrolio, il cui crollo ha messo KO i conti delle società energetiche, sia il fattore valutario con un dollaro che sta diventando forte e che sta mettendo sotto pressione le società particolarmente esposte sul fronte dell’export.

In realtà ci sarebbe anche un terzo fattore che sta provocando l’erosione dei  margini di profitto e cioè l’aumento salariale anche se in maniera minore visto che l’aumento è stato minimo. La preoccupazione principale resta la debolezza della domanda globale, con una crescita fiacca in Europa e in Giappone e il deterioramento nei mercati emergenti.


Fonte: News Trend Online

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