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venerdì 26 febbraio 2016

Nuovo U-turn nel sentiment, il terzo questa settimana


Il rimbalzo di Wall Street iniziato poco prima della chiusura europea si è evoluto in un rally che ha portato gli indici US a chiudere significativamente in positivo. L’ S&P 500 ha segnato un +0.44% dopo esser stato in calo di oltre un punto e mezzo nella prima parte della seduta. Tra i catalyst di questa inversione di tendenza, sicuramente il rimbalzo del petrolio occupa il posto d’onore.
Dopo il mezzo flop dell’ OPEC , un recupero in tempi brevi sembrava improbabile, e invece dei dati sulle scorte buoni (in particolare per il calo delle scorte di carburanti e l’aumento di domanda) ma non eccelsi lo hanno portato a chiudere in positivo, ridando fiato alle teorie che vedono una stabilizzazione del prezzo del greggio nei prossimi mesi.
La seduta asiatica avrebbe beneficiato anche di più del cambio di sentiment, ma gli indici cinesi hanno subito una disfatta sulle cui origini si possono fare solo teorie.

Si è registrato un balzo dei tassi monetari, interpretato da alcuni come un sintomo che il rialzo della riserva obbligatoria per sanzionare contro gli eccessi nell’erogazione del credito stia riguardando parecchi istituti. In ogni caso la buona notizia è che la volatilità è rimasta confinata sui mercati locali e a Hong Kong mentre il resto degli indici ha chiuso in rialzo.
L’Europa, che doveva fattorizzare interamente l’U-turn di Wall Street di ieri sera, ha aperto in positivo ma con un tono titubante e i nervi fragili.

Le cose sono un po’ migliorate in mattinata, quando l’ECB ha pubblicato gli aggregati monetari di Gennaio. I prestiti alle aziende sono rimbalzati di 20 miliardi, cancellando il calo di dicembre, mentre quelli alle famiglie, invariati a dicembre, sono saliti di 6.4 blns. Numeri che offrono conforto all’ECB sullo stato delle condizioni finanziarie e di circolazione del credito nell’Eurozona, ma non le consentono di rilassarsi: i prestiti alle aziende sono cresciuti in Germania e Francia, sono rimasti fermi in Spagna e sono calati di 5 miliardi in Italia, le cui banche sono stati investite in anticipo rispetto alle altre e più violentemente dalla recente crisi .

 Un sintomo che lo stress sul sistema bancario è in grado di interferire con le misure di politica monetaria.  Oltre a ciò, e nonostante il buon sentiment generale, le attese di inflazione oggi sono scese di un altro gradino, con il 5 anni forward a 1.35% e il 10 anni inflation swap sotto l’1%.
In altre parole, per dirla con Draghi, le attese di inflazione di lungo periodo si stanno disancorando.
Nel primo pomeriggio, si è finalmente assistito ad un balzo dei durable goods orders US di gennaio (+4.9% da prec -4.6% e vs attese per +2.6%).

Il dato è stato gonfiato dagli ordini per aereomobili, ma la forza si nota in tutte le categorie. Ironia della sorte, in un mese in cui le survey stanno lasciando a desiderare (vedi il PMI services US di febbraio pubblicato ieri), alcuni importanti “hard data” si sono dati una scossa.
Penso alle retail sales e alla produzione industriale di gennaio, seguiti dal dato di oggi.
In finale di seduta europea sono comparse alcune prese di beneficio, che però non hanno modificato il tono della giornata. La forza dell’azionario non ha per il momento danneggiato granchè i safe heaven asset (bonds e oro), che restano incollati ai recenti massimi, presumibilmente perchè il sentiment è ancora troppo intermittente per intaccarne la domanda.
Il quadro tecnico ottiene conforto dalla forza con cui l’S&P ha reagito al nuovo test del supporto in area 1900-1910.

Il nodo per confermare il progetto di doppio minimo è una chiusura sopra 1950 (vedi grafico). Il quadro europeo è più opaco, ma se non altro siamo tornati sopra il vecchio supporto a 2870.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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