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martedì 23 febbraio 2016

La tempesta sui mercati finanziari è la coda lunga dei subprime


La tempesta che sta colpendo i mercati finanziari di tutto il mondo è figlia delle politiche adottate per superare la crisi dei mutui subprime. Il crollo del mercato immobiliare al di là dell’oceano è stato affrontato con l’iniezione di ingenti quantità di denaro nell’economia.
Denaro che gli operatori non sono stati in grado di gestire. E di conseguenza la finanza continua a prevalere sull’industria tanto che i fondamentali delle aziende sembrano ormai essere del tutto ignorati. Sarà inevitabile un riequilibrio tra strumenti di debito ed equity a favore di quest’ultimo.

Ne è convinto il top management di Tamburi Investment Partners che ha espresso il proprio punto di vista nella consueta lettera di inizio anno agli azionisti.

Al contrario di quanto pensano i più, le motivazioni delle turbolenze nelle Borse non stanno “nel rallentamento dei ritmi di crescita in Cina o nel petrolio e nelle materie prime o ancora nelle crisi di alcuni paesi emergenti o nelle conseguenze dell’avvio della fase di rialzo dei tassi in America.

Per noi - scrivono Giovanni Tamburi, Alessandra Gritti e Claudio Berretti - non sono queste le ragioni; o comunque non le principali. Questi sono piuttosto comodi alibi per chi per l’ennesima volta è stato preso in contropiede. O per chi vuole solo speculare”.

“La motivazione più rilevante di ciò che sta succedendo va cercata nell’impossibilità pratica di saper gestire l’enorme massa di denaro che negli ultimi anni è stata immessa dalle banche centrali nei sistemi finanziari e nella conseguente necessità che a gestire tali masse siano ormai più i computer, più algoritmi (peraltro spesso programmati su dimensioni diverse) che cervelli di persone esperte e preparate”.

“Fino a qualche settimana fa aveva fatto comodo, anzi aveva reso felici tutti sfruttare l’onda dei tanti denari in più, consentendo di guadagnare su quasi tutte le asset class, senza grandi necessità di ragionamenti da parte di analisti e gestori; di fatto non dovevano più nemmeno dedicare tempo a ponderare se fosse meglio un bond o un’azione, un titolo aurifero o un future su un indice, un hedge fund o un palazzo a Miami, dato l’assurdo allineamento di quasi tutti i ritorni.

Gli asset nei portafogli di fund manager e private banker sono pertanto lievitati ovunque nel mondo, i rendimenti sono per lungo tempo quasi tutti stati assai interessanti ed anche la grandissima cautela della Fed nell’avviare la politica di uscita dall’easing lasciava pensare ad un altro lungo periodo di bonanza, facile e gratis, anche perché il maggior colpevole della crisi del 2008, l’immobiliare ed i suoi mutui, non ha più quel preoccupante eccesso di leva.

Si è invece verificato uno dei crolli più ingiustificati, improvvisi e violenti della storia dei mercati. Non c’è neanche stata un’evidente scintilla a dare il via a questa vera e propria follia collettiva”.

“In realtà di segnali ne stavano arrivando da molti mesi, con gli indici americani che nel 2015 hanno oscillato attorno allo zero malgrado un’economia in ulteriore recupero, gli europei molto meglio malgrado un’economia più lenta di quanto si potesse immaginare a fine 2014, gli asiatici su un incredibile ottovolante, ma alla fine più che positivi all’interno dell’anno solare.

Come se non bastasse il balletto delle valute nel 2015 ha riservato ulteriori sorprese e sta diventando uno degli aspetti più problematici da prevedere e da gestire”.

“Ma pochi hanno letto tali segnali. Il 2015 è stato infatti costellato da previsioni sbagliate, da parte di quasi tutti: banche, guru e media in testa.
Ora siamo tutti confusi e dopo un periodo in cui tutto saliva, improvvisamente tutto scende. Sembra non esistano più i cicli economici, né le rotazioni settoriali, tantomeno mercati migliori. I fondamentali delle aziende sembrano ormai essere del tutto ignorati”.

“Nella confusione generale si intrecciano poi le considerazioni sull’evoluzione dei consumi: dalle sempre più evidenti conseguenze dell’invecchiamento della popolazione ai crescenti segmenti di gente (non più solo i millenials) che non si fidano più dei colossi del food, dagli impatti della tecnologia in genere e del digitale in particolare che stanno cambiando faccia ad aziende e settori, alle complicazioni della geopolitica e agli effetti di attentati e stragi che non possono non condizionare i comportamenti di tutti.

La miscela è diventata esplosiva ed il disorientamento è effettivamente enorme”.

“Le (non) regole dei mercati finanziari sembrano così azzerare le secolari certezze dell’economia reale. Ed infatti c’è chi tenta di dimostrare che il calo del petrolio abbia conseguenze più negative che positive, quando per decenni ci era stato insegnato che il minor costo delle materie prime fosse il miglior modo di far aumentare i profitti di quasi tutte le imprese.

Sarà anche vero che i paesi produttori incassano meno e pertanto loro e i loro fondi sovrani spenderanno meno, ma questo è cosi più importante degli ingentissimi risparmi di tutte le imprese industriali e di miliardi di consumatori nel mondo?”.

“Ci permettiamo di esprimere dei dubbi.
Anche perché se si volessero fare analisi serie si vedrebbe che i fondi sovrani valgono oggi circa 7 trilioni di dollari, di cui solo 4 dei paesi petroliferi, mentre la liquidità immessa dalle banche centrali dopo il 2008 è stata di oltre 9,2 trilioni, e continua. Non sarebbe pertanto più utile capire dove siano andati i nuovi soldi (oggi circa 8 trilioni hanno rendimento negativo) invece di drammatizzare i disinvestimenti dei petrodollari dalle azioni?”.

“Ma c’è da aspettarsi di tutto da un sistema che sta in tutti i modi cercando di avere più inflazione, dato che ormai dichiara apertamente, anche a livello di banche centrali, di voler fare quanto possibile per incrementarne i tassi, dopo averci fatto, da sempre, ascoltare prediche, in primis da loro stesse, sul fatto che fosse l’inflazione il peggior nemico della crescita di aziende e stati.

Tra le poche cose che paiono emergere con grande chiarezza c’è il fatto che, come se le lezioni di pochissimi anni fa non fossero servite a nulla, la finanza continua stupidamente a prevalere sull’industria”.

“La nostra convinzione resta invece che l’economia reale, le aziende e la loro capacità di generare valore aggiunto rappresentino il fulcro di tutto per cui riteniamo che questo sia solo un periodo di transizione, di adattamento tra un sistema ubriaco di finanza e una crescita che comunque continua (+3,4% nel 2016, secondo un aggiornamento dell’FMI di pochi giorni fa), ma che sta avendo vari sbandamenti, dovuti anche ad eccessi di informazioni fuorvianti.

Inoltre qualcuno prima o poi speriamo realizzi che le cospicue masse di denaro investite in titoli di stato, obbligazioni od altri strumenti di debito hanno un livello di rischio intrinseco immensamente superiore a quello dell’equity, dei mezzi propri di chi ‘fa’, di chi produce e vende prodotti, o anche servizi; come noto i volumi degli strumenti di debito hanno dimensioni enormemente superiori di quelli impiegati in componenti di capitale, per cui sarà inevitabile un riequilibrio, forse anche piuttosto deciso, a favore di questi ultimi”.

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Canale: Monitor Immobiliare

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