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giovedì 25 febbraio 2016

Il petrolio ritrova il sui grip sugli assets


La chiusura di Wall Street ieri sera, e la debolezza continuata dell’oil stanotte lasciavano poco spazio alle illusioni oggi per la seduta asiatica. La stabilità dello yuan ha offerto supporto ai mercati cinesi, ma per gli altri è stata una seduta negativa.
L’Europa ha aperto con un clima fragile, e dopo un modesto tentativo di andare in positivo ha preso saldamente la via del ribasso.
Oltre all’oil, c’è la crisi rifugiati che continua ad erodere il sentiment. E il dibattito sul referendum UK  sulla permanenza nell’EU che ha tra l’altro demolito la Sterlina.
La rottura del supporto in area 2850 di Eurostoxx ha visto lo scattare di serie di stops che hanno portato gli indici in profondo risso.
In tarda mattinata, il Segretario del Tesoro US Lew ha pensato bene di gettare una secchiata d’acqua gelata sulle aspettative per il G-20 di Shanghai, dichiarando che non bisogna attendersi “reazioni da crisi” visto che non è quello lo scenario.

In un altro momento i mercati si sarebbero forse focalizzati sull’ottimismo di LEW, secondo  cui in questa fase “vi sono economie che performano meglio di come i mercati le vedono, in alcuni casi”. Ma non oggi.
Nel primo pomeriggio, pessimo scherzo del PMI services flash US di febbraio (49.8 da prec 53.2 e vs attese per 53.5), tornato in territorio di contrazione dopo un volo di quasi 3 punti e mezzo.
Si tratta di una serie volatile e dal track record modesto rispetto all’assai più seguito ISM non manufacturing (in pubblicazione a inizio marzo). Detto ciò, quest’ultimo già a gennaio aveva indicato  un rallentamento del settore servizi, e il PMI odierno sembra indicare che la tendenza si è accentuata.

Non proprio uno scenario da correre ad alzare i tassi, con buona pace dei membri fed Lacker (Lacker: so far, no strong evidence to shift my rate outlook), e George (George: data doesn’t suggest a shift in the outlook since dec. George: march fomc should be a `live’ meeting for fed action).
Scarsamente confortanti anche i dati sulle new home sales di gennaio (-9.2% da prec +8.2% e vs attese per -4.4%),  ma si sa, qui la  volatiltià è tanta (i dati vengono annualizzati) ed è il trend che conta, e questo resta  positivo.
I dati hanno ulteriormente depresso il sentiment.

L’Europa è arrivata a perdere il 3%, gli USA oltre l’1% mentre tutti i safe assets (bonds, oro) hanno messo a segno performance rigogliose. Successivamente,  la pubblicazione delle scorte settimanali di greggio EIA (+3.5 mln barili, vs + 7.5 mln indicati da API ieri) hanno ridato progressivamente supporto all’oil, e con esso ai mercati.
La chiusura ha bloccato quasi sul nascere il recupero europeo mentre Wall Street al momento ha recuperato quota  1900 e lascia sul campo poco più di mezzo punto.
Chiudo con 2 spunti su inflazione:
  1. Ieri mi interrogavo sul livello estremamente basso delle attese di inflazione in US.

    A tale proposito la Fed di St Luis ha pubblicato un breve studio, in cui ha cercato di rispondere alla seguente domanda: di quanto deve calare il prezzo dell’oil per far si che le attuali attese implicite nei breakeven US vengano rispettate, ipotizzando che il resto dei componenti mostri un trend inflattivo analogo a quello osservato nel primo semestre del 2014? Risposta: deve andare a zero nel 2019.
    Un modo come un altro per dire che le attese sono estremamente basse.
  2. Parlando di attese basse, non si può evitare di andare a guardare la situazione in Europa, dove le stesse stanno facendo nuovi minimi  assoluti : 5 anni forward sotto 1.40% vs il precedente minimo a 1.48% a gennaio 2015, e inflation swap a 10 anni tornato all’1% (era 1.55% a luglio scorso – Vedi grafico allegato).
La verifica del deterioramento delle attese di inflazione non dovrebbe portar via troppo tempo a Draghi e C.

il 10 marzo.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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