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venerdì 20 luglio 2018

Tempesta perfetta per i titoli growth?

Yoram Lustig, Responsabile delle Soluzioni Multi-Asset, EMEA, T. Rowe Price, spiega che nei 10 anni successivi alla crisi finanziaria, i titoli growth - in particolare quelli del settore tecnologico - hanno superato di gran lunga quelli value. Ma il dibattito su quale sia lo stile di investimento che offre i migliori rendimenti sul lungo termine è lungi dall’essere chiuso.
I titoli growth hanno tratto sostegno da un certo numero di fattori specifici all’attuale ciclo economico. Quando il mercato cambierà, gli investitori dovranno essere preparati a un potenziale ritorno alla ribalta dei titoli value.
In teoria, sul lungo termine, l’investimento orientato al valore dovrebbe produrre migliori risultati rispetto a quello orientato alla crescita.

Se da un lato ci si aspetta che i titoli growth crescano a un tasso superiore alla media rispetto al mercato, dall’altro quelli value appaiono interessanti su base relativa. Poiché vengono acquistati a un prezzo inferiore rispetto al valore intrinseco, l’idea è che tale prezzo finirà col convergere con il valore.
Questa è la teoria.
In pratica, i titoli value hanno sottoperformato quelli growth dal 2007 - la fase rialzista più duratura mai registrata per i titoli growth - e hanno quindi perso attrattiva. A cosa è dovuto questo cambiamento? E cosa significa per gli investitori?

QUANDO I TITOLI VALUE PERDONO VALORE

Come per qualsiasi altro investimento, le valutazioni dei titoli value e growth attraversano dei cicli - spiega Yoram Lustig -.

Una misura della valutazione dei titoli sono i rapporti prezzo/utili (P/E). Tipicamente il rapporto P/E dei titoli growth è più elevato rispetto a quello dei titoli value e ciò non è sorprendente dato che una delle definizioni di questi ultimi è di avere dei rapporti P/E relativamente bassi.
Tuttavia, nel 2008 il rapporto P/E dei titoli value ha superato quello dei titoli growth.
Le valutazioni relative potrebbero essere uno dei fattori catalizzatori che hanno dato l’avvio al ciclo growth. Ma nel 2010 il rapporto P/E dei titoli value è sceso al di sotto di quello relativo ai titoli growth; quindi, sebbene le valutazioni potrebbero essere un fattore determinante del ciclo growth, esse non sembrano essere una ragione alla base della sua durata.

LE FAANG E I TITOLI FINANZIARI

Durante la bolla tecnologica della fine degli anni ‘90, gli investitori hanno sottostimato i rischi commerciali delle società tecnologiche e sovrastimato le loro prospettive future, il che ha portato allo scoppio della bolla nel 2000 - spiega Yoram Lustig -.

Tuttavia, a partire dal 2008 le società tecnologiche non solo hanno soddisfatto le aspettative ma le hanno anche superate, con lo sviluppo delle cosiddette FAANG – Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google.
Durante lo stesso periodo, i titoli finanziari hanno registrato performance nel complesso in linea con il mercato generale.
Bassi tassi di interesse e appiattimento della curva dei rendimenti, abbinati a rigide normative post-crisi finanziaria e alla concorrenza, hanno intaccato la redditività delle società operanti nel settore dei servizi finanziari.
Ciò spiega in qualche modo la divergenza tra titoli growth e value negli ultimi 10 anni, dato che le società finanziarie tendono ad essere orientate al valore, mentre quelle tecnologiche alla crescita.

Di fatto, l’andamento dei titoli tecnologici rispetto a quelli finanziari è andato di pari passo con quello dei titoli growth rispetto ai value dal 2008.

TASSI DI INTERESSE, INFLAZIONE E CRESCITA ECONOMICA

Tipicamente, i titoli growth presentano una duration più elevata (sensibilità ai tassi di interesse) rispetto ai titoli value - spiega Yoram Lustig -.
Ciò è in linea con le aspettative di un maggiore cash flow generato dai titoli growth in un futuro relativamente distante. Di conseguenza, il cash flow dei titoli growth è più sensibile alle variazioni dei tassi di interesse. Dal 2008, a causa del ritmo moderato della crescita economica, dei prolungati programmi di quantitative easing e della ripresa economica, i titoli growth hanno tratto beneficio dai bassi livelli dell’inflazione e dei tassi di interesse.

UNA TEMPESTA PERFETTA

Nell’ultimo decennio, la combinazione unica di bassi tassi di interesse, rally dei titoli tecnologici, valutazioni favorevoli e ciclo economico hanno creato le condizioni ideali per i titoli growth - spiega Yoram Lustig -.

Il grafico 1 mostra come, negli anni antecedenti e seguenti la crisi finanziaria:
  • i rendimenti dei Treasury USA a 10 anni hanno intrapreso la traiettoria verso lo zero (linea azzurra)
  • le valutazioni dei titoli value sono diventate elevate rispetto ai titoli growth, per poi diminuire nettamente (linea blu)
  • i titoli tecnologici hanno cominciato a sovraperformare il mercato azionario complessivo (linea gialla)
  • i titoli growth hanno prima sottoperformato quelli value, per poi partire al rialzo (area grigia ombreggiata)
Grafico 1: una tempesta perfetta per i titoli growth
Dati al maggio 2018
Fonti: T.

Rowe Price e Bloomberg Index Services, Inc. da ottobre 1989 a fine maggio 2018. S&P Information Technology, S&P 500, Russell 1000 Growth, Russell 1000 Value, rendimento del titolo di Stato generico statunitense a 10 anni.
Ma queste condizioni si protrarranno? I tassi negli Stati Uniti stanno risalendo; le valutazioni non favoriscono più i titoli growth; è probabile che a un certo punto il ciclo economico entri in recessione e i titoli tecnologici potrebbero perdere slancio a causa delle elevate valutazioni e della regolamentazione, mentre i titoli finanziari potrebbero registrare un migliore andamento grazie all’irripidimento della curva dei rendimenti e alla deregolamentazione.

In definitiva, i titoli value potrebbero tornare alla ribalta.
Gli investitori possono prepararsi a questa possibilità detenendo dei portafogli che, oltre ad avere un equilibrio tra titoli value e growth, dispongono anche della flessibilità necessaria per adattarsi a nuovi regimi - spiega Yoram Lustig -.
Le strategie attive, basate sulla ricerca fondamentale, possono adattarsi più efficacemente rispetto alle strategie quantitative, che presumono il protrarsi dello status quo. Scommettere sistematicamente sui fattori può rivelarsi una strategia perdente per anni se i fattori perdono attrattiva.

Con il cambiamento di rotta del dibattito tra gli stili di investimento value e growth, potrebbe aprirsi l’era delle strategie attive basate sui fondamentali.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

La politica torna a colpire Piazza Affari: l'alert degli esperti


Anche in quest'ultima seduta della settimana l'incertezza sembra avere la meglio sulle Borse europee che, dopo la chiusura in calo di ieri, mostrando un andamento poco convinto oggi, muovendosi su binari diversi. Il Ftse100 sale dello 0,23%, dopo essere stato l'unico a chiudere gli scambi in positivo ieri, seguito dal Dax30 che sta recuperando dai minimi, con un frazionale rialzo ora dello 0,04%, mentre il Cac40 scende dello 0,1%.

A pagare il conto più salato è Piazza Affari che vede il Ftse Mib poco al sopra dei 21.700 punti, con un ribasso dello 0,74%, dopo un minimo intraday appena sotto la soglia dei 21.600. 
Anche sul fronte obbligazionari si registra qualche tensione, visto che lo spread BTP-Bund si allarga al di sopra dei 223 punti base, mentre il rendimento del decennale viaggia in salita in direzione del 2,6%.


L'allargamento del differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco si riflette inevitabilmente sull'andamento dei bancari che, pur in recupero dai minimi, viaggiano tutti in negativo. 
Banco BPM e Mediobanca scendono entrambi di quasi un punto percentuale, seguiti da Intesa Sanpaolo e Unicredit che calano dello 0,89% e dello 0,84%, mentre Bper Banca e Ubi Banca arretrano dello 0,69% e dello 0,35%.

Da segnalare ache la negativa performance degli industriali con Buzzi Unicem ed Fca in rosso del 2,84% e del 2,02%, seguiti da Ferrari e CNH Industrial che scendono di poco più dell'1%, mentre Pirelli e Leonardo perdono entrambi lo 0,8%. 
Stando a quanto argomentato nelle sale operative, a pesare sull'andamento odierno di Piazza Affari e più in generale degli asset italiani, sono le preoccupazioni legate agli ultimi sviluppi sul fronte politico.


Il riferimento è in primis ai contrasti in seno al Governo tra il Ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e i due vice-premier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. 
Alle tensioni sul decreto dignità e sulla legge di Bilancio, si sono aggiunte quelle relative alle nomine e in particolare alla scelta del futuro AD di Cassa Depositi e Prestiti.
Il Ministro Tria vorrebbe che questo incarico venisse affidato a Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Bei, ma tale indicazione non trova d'accordo i due partiti di maggioranza. 
Tanto basta ad alimentare una certa speculazione sul rischio di possibili dimissioni da parte del titolare del Dicastero dell'Economia, uno scenario che creerebbe non poco allarme anche in vista della discussione, ormai vicina, della legge di bilancio.


A pesare sull'andamento dello spread e di conseguenza su Piazza Affari è anche lo scontro tra il Governo e l'Inps sul tema caldo del lavoro. Il numero uno dell'Inps, Tito Boeri, ha presentato le stime sul numero di posti di lavoro che potrebbero essere persi in conseguenza del decreto dignità, ma le cifre indicate sono state contestate dalle forze politiche di maggioranza.

Sui mercati resta inoltre la preoccupazione che il Governo possa ribaltare alcune delle riforme realizzate negli scorsi anni che, per quanto impopolari, hanno avuto comunque degli effetti positivi. 
A lanciare un allarme in tal senso sono gli analisti di Berenberg, i quali non più tardi di due giorni fa hanno dichiarato apertamente che cancellare le riforme del mercato del lavoro messe in campo dall'Esecutivo precedente sarebbe un disastro per l'Italia.


In particolare gli analisti fanno notare che la modifica della legge per ridurre l'utilizzo dei contratti a termine è un passo indietro rispetto agli sforzi compiuti dal Governo Renzi per rendere il sistema più flessibile. 
A detta di Berenberg l'Italia, essendo la più debole tra le maggiori economie dell'area euro, non può permettersi passi indietro sulle riforme, perchè una minore crescita renderebbe il Paese più vulnerabile ad una crisi del debito.
Fonte: News Trend Online

Il boom dei veicoli green traina la domanda di metalli

Aneeka Gupta, Associate Director Research di WisdomTree, spiega che l’industria dell’auto si trova a un punto di svolta. Con la lenta transizione dall’era del motore a combustione interna alla prossima generazione di automobili, ci aspettiamo una ricaduta significativa sulla domanda di metalli utilizzati nelle batterie dei veicoli elettrici.
Il pericoloso aumento delle emissioni di carbonio abbinato alla maggiore efficienza energetica favorita dall’evoluzione della tecnologia di batteria sta accelerando l’accettazione dei veicoli elettrici a livello globale. Non c’è dubbio che la diffusione di questi ultimi sarà strettamente collegata alle iniziative e al sostegno forniti dai governi di tutto il mondo, dato che le auto elettriche necessitano di un’infrastruttura di rete supplementare.

Anche fattori macroeconomici come il prezzo del petrolio giocheranno un ruolo nella continua crescita dei veicoli elettrici. Finché il costo totale di possedere un’auto elettrica rimarrà superiore a quello associato a un veicolo convenzionale a causa degli alti costi delle batterie, ci aspettiamo che i contributi pubblici rimarranno un fattore determinante nella transizione verso la mobilità elettrica.
L’adozione di iniziative a supporto dei veicoli elettrici da parte delle autorità di Stati Uniti, Canada e Unione europea inviano chiari segnali alle case automobilistiche, che iniziano a spostare le linee di produzione verso l’elettrificazione. Facciamo alcuni esempi.
  • La Norvegia ha aperto le danze impegnandosi a porre fine alla vendita di veicoli a benzina e diesel entro il 2025, seguita dall’India entro il 2030 e da Gran Bretagna e Francia entro il 2040.
  • Il programma di veicoli a emissioni zero della California è una politica che dovrebbe sostenere una maggiore domanda di vetture elettriche negli Stati Uniti.
  • Il governo cinese ha emesso un mandato per i “veicoli a energia nuova” che entra in vigore quest’anno e che impone al settore dell’auto requisiti minimi di produzione di vetture elettriche, con una certa flessibilità offerta tramite un meccanismo di negoziazione di crediti.

Veicoli elettrici: inizia il processo di adozione di massa

Nel 2017 le vendite di veicoli elettrici per il trasporto passeggeri hanno superato quota 1 milione di unità, con un incremento del 54% rispetto all’anno precedente, superiore al tasso di crescita annuo del 38% rilevato nel 2016 - spiega Aneeka Gupta -.

La Cina ha fatto registrare quasi il 50% delle vendite globali di vetture elettriche, con una quota di mercato del 2,2% nel 2017. L’International Energy Agency (IEA) ha raddoppiato la propria previsione centrale sulle auto elettriche, innalzando la stima sul volume complessivo della flotta nel 2030 da 23 a 58 milioni di unità.
Con un andamento speculare all’espansione dell’infrastruttura di ricarica, le vendite di veicoli elettrici a sola batteria hanno evidenziato il maggior incremento (63%), superando quelle di auto ibride plug-in, cresciute del 40% nel 2017. Le auto a batteria sono alimentate solamente da un motore elettrico utilizzando l’elettricità conservata in una batteria installata sul mezzo che dev’essere ricaricata regolarmente.

Per contro, le auto ibride sono alimentate da una combinazione di motore elettrico e motore a combustione interna, che possono lavorare sia all’unisono sia disgiuntamente. La batteria installata sulla vettura può essere ricaricata dalla rete, mentre il motore a combustione interna supporta il motore elettrico quando è richiesta una maggiore potenza operativa o quando la batteria è scarica.
Le auto a sola batteria offrono la maggiore efficienza energetica e i maggiori benefici ambientali quando sono alimentate da elettricità prodotta da fonti rinnovabili.
Figura 2: Mercato globale dei veicoli elettrici per il trasporto passeggeri (milioni di veicoli)
Fonte: International Energy Agency, WisdomTree, dati disponibili alla chiusura del 27 giugno 2018

L’adozione dei veicoli elettrici stimola la domanda di metalli

L’adozione sempre più rapida di veicoli elettrici crea i presupposti per una maggiore domanda di nuovi metalli come nickel, litio, cobalto, rame e alluminio - spiega Aneeka Gupta -.

Le batterie agli ioni di litio comprendono una famiglia di prodotti chimici per batterie che impiegano varie combinazioni di materiali anodici e catodici. Le tecnologie a ioni di litio possono essere messe a confronto lungo sei dimensioni: costo, sicurezza, potenza specifica, energia specifica, performance e durata.
Attualmente gli accumulatori a litio-NMC (nickel, manganese, cobalto) sono la tecnologia più importante per le applicazioni automotive. I rapidi progressi tecnologici nella chimica delle batterie fanno propendere per una proporzione maggiore di nickel. La batteria NMC contiene i tre metalli in uguale proporzione (1-1-1), ma adesso si ritiene che il rapporto ottimale sia (8-1-1), il che richiede una percentuale più elevata di nickel.

Questa combinazione presenta l’ulteriore vantaggio di una maggiore economicità e una densità energetica più elevata, sia pur al costo di un voltaggio più basso.
A fronte del previsto aumento della domanda di nickel, cobalto e litio, anche materie prime più tradizionali come rame e alluminio dovrebbero beneficiare dell’espansione del settore dei veicoli elettrici - spiega Aneeka Gupta -.
L’alluminio, noto per la sua leggerezza, contribuisce a ridurre notevolmente il peso dei veicoli rispetto all’acciaio. Il calo del peso complessivo delle auto ridurrà il consumo di energia di quasi l’8%, migliorando in tal modo l’efficienza energetica. Un veicolo elettrico richiede in media tra 80 e 90 kg di rame, a fronte dei 25 kg per un’auto passeggeri convenzionale.

Si prevede pertanto che la domanda di rame registrerà un aumento di nove volte per effetto della diffusione delle vetture elettriche. Tale aumento potenziale della domanda scaturisce dagli elevati livelli di avvolgimenti in rame nelle vetture elettriche rispetto al motore a combustione interna e ai crescenti requisiti infrastrutturali.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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