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venerdì 7 dicembre 2018

Intellos. La Francia e noi


Gli intellettuali hanno sempre avuto un ruolo importante nella società francese, sia nella versione di grandi mandarini (fiori all’occhiello del potere e produttori di consenso), sia in quella di critici radicali del sistema. I grandi momenti di svolta della storia di Francia, a partire dalla Rivoluzione del 1789, sono stati preceduti e accompagnati da un’intensa elaborazione filosofica, politica e culturale.
Oggi il loro ruolo non è più di guida, ma rimane spesso alta la loro capacità di lettura del reale e di riflessione.

Il movimento dei Gilets jaunes, che secondo l’autorevole e compassato Le Monde ha indotto alcuni prefetti a definire prerivoluzionaria la situazione nei loro dipartimenti, è nato e procede da solo e non ha dietro un’elaborazione sofisticata. È ancora più prepolitico del poujadismo della Quarta Repubblica, un movimento antifiscale e antiparlamentare degli anni Cinquanta, radicato tra i piccoli commercianti impoveriti dalla modernizzazione, che trovò comunque un leader in Pierre Poujade.
I Gilets jaunes nascono dal basso e sono un movimento gassoso particolarmente forte nella Francia profonda, lontana da Parigi, quella che di solito ha subìto e non fatto la storia.

Non sono assimilabili a nessun partito e non hanno nessun riferimento nel movimento sindacale. Esprimono proposte talvolta confuse e contraddittorie, ma segnalano con evidenza e assoluta chiarezza un disagio profondo. Vivono in provincia, hanno visto negli anni chiudere l’ufficio postale, la banca, la farmacia.
La qualità della loro vita è andata progressivamente deteriorandosi e ora devono usare l’auto per qualsiasi necessità. Sentirsi dire da Parigi (dove la macchina la usano in pochi) che la benzina inquina e va tassata di più li ha portati al limite di rottura. Ora chiedono che Macron se ne vada.
La risposta del governo ha segnalato una grave mancanza di empatia per questo disagio.

Intellettuali mandarini come Bernard Henry Lévy hanno espresso disprezzo per il movimento, negandosi così la capacità di comprenderlo.
Le letture più interessanti sono arrivate da intellettuali meno schierati come Jean-Claude Michéa, Emmanuel Todd e Cristophe Guilly.
Michéa lavora da anni sul distacco tra la sinistra e le masse. Todd, uno studioso che ha previsto la caduta dell’Unione Sovietica con dieci anni d’anticipo e le primavere arabe, studia ora il macronismo come vergogna di essere francesi.
Il più interessante è però Guilly, un geografo che da tempo descrive la Francia come un paese a tre cerchi concentrici, Parigi, la banlieu e il resto.

A Parigi vive un mondo soddisfatto e globalista. Intorno a Parigi vivono gli immigrati che lavorano per i parigini del centro e che, pur non vivendo certo da ricchi, hanno l’attenzione dei politici, l’affitto sociale e tutta una serie di sussidi. Fuori c’è invece un mondo dimenticato, con sempre meno servizi e sempre più tasse.
Questa analisi non ci serve per capire dove andranno a parare i Gilets jaunes, che probabilmente torneranno un giorno all’improvviso nel nulla dopo essere all’improvviso spuntati dal nulla, ma per notare quanto siano strutturali e profondi i motivi del loro disagio.

E per ricordare che ciò che è strutturale ha il brutto vizio di ritirarsi ogni tanto nell’ombra, ma di non andare mai via.
Come nota Charles Gave la geografia sociale francese non è così diversa da quella inglese o americana. In Germania e in Italia, aggiungiamo noi, le cose sono più complicate, ma non completamente diverse.
Chi si differenzia è semmai l’est europeo, socialmente più omogeneo e stabile (come, in un altro contesto, il Giappone).
Veniamo da tre decenni di globalizzazione, nei primi due trionfale e nel terzo sempre più zoppicante. La stabilità politica e sociale dell’Occidente è stata buona anche dopo il 2008, ma è andata corrodendosi strutturalmente.

La voglia di sperimentare novità, per quanto dirompenti, continua a crescere. La prossima recessione accelererà questi processi.
I policy maker dovranno stare molto attenti a quello che faranno nei prossimi mesi. Il tentativo di Trump di riscrivere le regole del commercio internazionale potrà portare a un rilancio della globalizzazione se riuscirà o alla sua fine e alla recessione se fallirà e produrrà solo dazi sempre più alti.
Il tentativo della Fed di normalizzare la politica monetaria porterà alla recessione se verrà condotto in modo dottrinario o a un prolungamento dell’espansione se si sarà pazienti e si alzeranno i tassi solo quando si sarà assolutamente certi che la cosa sia assorbibile senza troppi traumi.
Le preoccupazioni del mercato in questa fase sono perfettamente legittime, ma mettono l’accento solo sul bicchiere mezzo vuoto.

Esiste, almeno potenzialmente, anche un bicchiere mezzo pieno, fatto ad esempio di un ISM americano a 60, che ai nostri occhi conta molto di più dell’inversione di una parte della curva dei rendimenti. C’è poi una Fed che si rende conto ormai perfettamente che il mercato è entrato in una fase psicologica fragile e negativa e che potrà permettersi il lusso, vista l’inflazione tranquilla, di rallentare i rialzi e di limitarli (per Kaplan potrebbe bastarne un altro e non per forza a dicembre).
A questo vogliamo aggiungere una trattativa tra Cina e Stati Uniti che è già partita in modo molto strutturato e con una forte motivazione da entrambe le parti.

L’incidente Huawei, pur comportando qualche rischio vista l’importanza strategica della società, va visto più come un tentativo americano di aumentare la pressione per una riuscita delle trattative che come un modo per farle fallire.
Il mercato continua però a pensare a un esito negativo delle trattative e soprattutto a una Fed che risponderebbe ai dazi con più aumenti dei tassi.
Non ne siamo convinti. I dazi porterebbero a flessioni di borsa, a un dollaro più forte e a minori aspettative di crescita, tra fattori che dovrebbero semmai indurre la Fed a procedere con i piedi di piombo.
I prossimi giorni, con il voto su Brexit ai Comuni e la marcia dei Gilets jaunes per chiedere le dimissioni di Macron, non saranno particolarmente facili.

Il 19 dicembre, tuttavia, la Fed presenterà l’aumento dei tassi con un linguaggio molto rassicurante e potrà perfino arrivare a rinviare tutto a gennaio oppure, in alternativa, ad annunciare una pausa nei primi mesi del 2019. A quel punto, i mercati ipervenduti potrebbero rimettersi in piedi e regalarsi un finale d’anno e un inizio 2019 un po’ migliori.
Autore: Alessandro Fugnoli Fonte: News Trend Online

Wall Street cauta dopo il job report. Fed meno aggressiva ora?


L'ultima seduta della settimana dovrebbe partire all'insegna della cautela per la piazza azionaria americana, stando alla lettura dei futures sui principali che al momento non fanno registrare variazioni percentuali di rilievo. Il contratto sull'S&p500 mostra un lieve rialzo dello 0,06%, mentre resta indietro quello sul Nasdaq100 che oscilla sulla parità.

L'intonazione del mercato è migliorata però negli ultimi minuti rispetto alla negatività che si registrava fino a mezz'ora fa. A risollevare i futures ha contribuito il report sull'occupazione che in riferimento al mese di novembre ha restituito un tasso di disoccupazione pari al 3,7%, in linea con la lettura precedente e con le attese degli analisti.


Sempre a novembre i non farm pay rolls, ossia i nuovi posti di lavoro nel settore non agricolo sono stati pari a 155mila unità, in frenata rispetto alla lettura precedente rivista al ribasso da 250mila a 237mila unità. Il dato ha deluso le previsioni degli analisti che si erano preparati ad una rilevazione pari a 205mila unità.

Da segnalare che il dato di settembre invece è stato ritoccato verso l'alto da 118mila a 119mila unità. 
La retribuzione media oraria a novembre ha mostrato un rialzo dello 0,22%, rispetto allo 0,18% precedente, ma le stime erano per un incremento più ampio dello 0,3%.


Il report sull'occupazione, per quanto deludente sul fronte dei nuovi occupati nel settore non agricolo, sta favorendo una reazione positiva del mercato che guarda con fiducia ad una possibile frenata da parte della Fed nel percorso di rialzo dei tassi di interesse. La frenata dei numeri del lavoro infatti rende meno pressante l'urgenza di nuovi interventi al rialzo sul costo del denaro.

Intanto il mercato attende di conoscere un altro aggiornamento macro che sarà diffuso mezz'ora dopo l'avvio degli scambi. Si tratta del dato preliminare della fiducia Michigan che a dicembre dovrebbe attestarsi a 97 punti, in frenata rispetto ai 97,5 punti del mese precedente. 
Da segnalare un discorso di Lael Brainard, membro della Federal Reserve.


Sul fronte valutario il dollaro è in lieve vantaggio contro lo yen e sale ad un passo da quota 112,8, mentre il biglietto verde è debole rispetto all'euro che si spinge verso area 1,139. 
In forte rialzo il petrolio che viaggia in direzione dei 54 dollari al barile in attesa e gli acquisti interessano anche l'oro che sale poco oltre la soglia dei 1.243 dollari l'oncia.

Tra i vari titoli segnaliamo Broadcom che ieri a mercati chiusi ha diffuso i conti del quarto trimestre dell'ultimo esercizio fiscale. Il periodo in esame è stato archiviato con un utile netto più che raddoppiato da 532 milioni a 1,12 miliardi di dollari. Il risultato per azione è stato pari a 2,64 dollari e al netto delle voci straordinarie il dato sale a 5,85 dollari, battendo le stime fissate a 5,58 dollari.


I ricavi sono cresciuti del 12,4% a 5,44 miliardi di dollari, superando anche in questo caso le aspettative del mercato che puntava ad un fatturato di 5,39 miliardi di dollari. 
Per l'intero esercizio fiscale in corso Broadcom prevede di realizzare un giro d'affari pari a 24,5 miliardi di dollari, al di sopra dei 22,4 miliardi stimati dalla comunità finanziaria.
Da seguire Apple dopo che Morgan Stanley ha confermato la raccomandazione "overweight", con un prezzo obiettivo ridotto però a 236 dollari.


Jefferies invece ha riservato un upgrade a Tesla, con un cambio di rating da "hold" a "buy" e un target price che sale da 360 a 450 dollari.
Fonte: News Trend Online

L'economia arretra nel terzo trimestre


Secondo l'Istat, la dinamica dell’economia internazionale continua a essere caratterizzata da un’elevata eterogeneità tra i paesi e dalla presenza di rischi al ribasso derivanti dall’incertezza sulle politiche commerciali e sull’andamento dei mercati finanziari.
Nel terzo trimestre, l’economia dell’area euro ha mostrato un deciso rallentamento dovuto in parte alla contrazione del Pil della Germania.
L’Economic Sentiment Indicator (ESI) ha mostrato una lieve flessione, confermando la tendenza dei mesi precedenti.
L’economia italiana, dopo una fase di progressiva decelerazione, nel terzo trimestre ha registrato un arretramento dei livelli di attività, determinato dalla marcata contrazione degli investimenti e da una lieve flessione dei consumi.

La domanda estera netta ha invece fornito un contributo positivo alla crescita del Pil. I margini di profitto delle imprese manifatturiere mostrano una flessione, dopo la stabilità rilevata nella prima metà dell’anno.
L’occupazione si è mantenuta sui livelli dei mesi precedenti in presenza di una ricom-posizione a favore dei dipendenti permanenti.
L’aumento del tasso di disoccupazione è stato accompagnato da una riduzione degli inattivi.
L’inflazione al consumo si è confermata inferiore a quella della media dell’area euro ma il vantaggio relativo si è ridotto.
A novembre, l’indice del clima di fiducia dei consumatori e l’indice composito del clima di fiducia delle imprese hanno entrambi segnato un peggioramento.

L’indicatore anticipatore si è mantenuto su livelli contenuti, mostrando una stabilizzazione dopo le flessioni dei mesi precedenti.

IL QUADRO INTERNAZIONALE

L’economia internazionale continua a crescere in un quadro caratterizzato da una elevata eterogeneità tra le diverse aree e da crescenti rischi al ribasso.
A margine del recente G20 è stata siglata una tregua delle dispute commerciali. Gli Stati Uniti manterranno i dazi del 10% su circa 200 miliardi di dollari di merci cinesi ma non verrà implementato l’annunciato rialzo delle tariffe al 25%, a partire dal primo gennaio 2019. Restano comunque elevate le preoccupazioni sui futuri sviluppi delle tensioni commerciali.

Negli ultimi giorni, si è raggiunta un’intesa sui termini dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea che avverrà il prossimo marzo, ma il percorso non è stato ancora completato. La recente e inaspettata decisione del Qatar di lasciare il cartello dell’OPEC dal prossimo gennaio aumenta il clima di incertezza sui futuri andamenti delle quotazioni del petro-lio.
A settembre, il commercio mondiale di merci, in base ai dati mensili in volume del Central Planning Bureau, ha mostrato una flessione congiunturale dell’1,1% che ha annullato buona parte della crescita di luglio e agosto (+1,5% e +0,2% rispettivamente).

Nel complesso, nei primi tre trimestri del 2018, gli scambi internazionali hanno registrato una dinamica meno brillante di quella dello stesso periodo dell’anno precedente. Il tasso di crescita acquisito fino a settembre è stato, infatti, del 3,4% contro il 4,5% del 2017.
Negli Stati Uniti, la seconda stima del Pil del T3 ha confermato una crescita congiunturale dello 0,9%, trainata da un contributo molto positivo delle scorte che ha più che compensato il freno delle esportazioni nette.

La domanda interna ha registrato un’espansione solida ancora supportata dalla politica fiscale espansiva (+0,8% rispetto a T2). Il Federal Open Market Committee (FOMC) ha evidenziato come, in linea con l’elevato dinamismo dell’economia, il processo di normalizzazione della politica monetaria continuerà ma che sarà difficile per la banca centrale fornire indicazioni oltre il brevissimo termine.
Il Pil dell’area euro, nel terzo trimestre, è cresciuto dello 0,2% su base congiunturale in netta decelerazione dallo 0,4% del trimestre precedente.

Il rallentamento è connesso alla performance negativa della Germania (-0,2%), caratterizzata da un brusco calo di ordinativi e produzione di auto per effetto dell’entrata in vigore della nuova normativa Ue sui gas di scarico dei veicoli diesel. Al di là di fenomeni transitori, l’economia euro ha risentito del rallentamento del commercio mondiale e dell’apprezzamento del cambio effettivo dell’euro nei confronti di alcuni paesi emergenti.
A ottobre, il tasso di disoccupazione per l’area nel complesso si è stabilizzato all’8,1%: il valore più basso da gennaio 2000.
A novembre, coerentemente con il minor dinamismo dell’attività economica, il tasso di inflazione ha mostrato una decelerazione (+2,0% la variazione tendenziale rispetto al precedente +2,2%) attribuibile in buona parte alla componente di fondo e diffusa ai principali paesi.

L'inflazione, infatti, è diminuita di due decimi in Germania (+2,2%) e di tre decimi in Francia (+2,2%) e in Spagna (+2,0%). Nello stesso mese, l’Economic Sentiment Indicator (ESI) elaborato dalla Commissione europea, ha mostrato una lieve flessione, confermando la fase di de-bolezza dei mesi precedenti.
Nel dettaglio, la fiducia dei consumatori è peggiorata ( -1,2 punti) con un calo diffuso a tutte le componenti, mentre quella delle imprese è migliorata (+0,4 punti) nell’industria e nel commercio al dettaglio (+0,2 punti) e si è stabilizzata sui livelli elevati dei mesi precedenti nei servizi e nelle costruzioni.

LA CONGIUNTURA ITALIANA

Imprese

Nel terzo trimestre, il Pil corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato ha mostrato una flessione congiun-turale (-0,1%), interrompendo il ciclo di crescita avviatosi nel 2015.

Al calo ha contribuito negativamente la domanda nazionale al netto delle scorte (-0,3 punti percentuali) e in particolare gli investimenti fissi (-0,2 punti percentuali); le scorte e gli oggetti di valore hanno fornito un contribuito nullo. La domanda estera netta, invece, ha apportato un lieve contributo positivo (0,1 punti percentuali).
La variazione congiunturale negativa degli investimenti ( -1,1%), che segue la crescita registrata nel trimestre precedente (+2,8%), è stata determinata dalla robusta contrazione della spesa per impianti, macchinari e a rimamenti (-2,8% dopo il +6,9% del trimestre precedente).

La diminuzione degli investimenti in proprietà intellettuale è stata meno accentuata (-0,8%). Gli investimenti in abitazioni e in fabbricati residenziali sono aumentati (rispettivamente +0,6% e +0,3%). L’apporto positivo della domanda estera netta è stato determinato da un aumento delle esportazioni di beni e servizi (+1,1%) superiore a quello delle importazioni (+0,8%).
La ripresa delle esportazioni italiane sembra proseguire anche a ottobre quando il commercio italiano verso i paesi extra-Ue ha mostrato un deciso aumento congiunturale (+5,3% dal -2,8% di settembre) e un calo marginale dell’import (-0,1%).

L’incremento delle esportazioni è stato esteso a tutti i settori indust riali, con l’eccezione dei beni di consumo durevoli (-1,4%).
Dal lato dell’offerta, la flessione del valore aggiunto rispetto al trimestre precedente (-0,1%) in T3 ha coinvolto l’industria in senso stretto (-0,3%) e, con un’intensità leggermente minore, i servizi (-0,2%) che hanno segnato la prima variazione negativa dal primo trimestre del 2013.
In particolare, per il settore dei servizi la diminuzione più accentuata è stata registrata nelle attività finanziarie e assicurative ( -1,5%) mentre il valore aggiunto è cresciuto dello 0,4% nelle attività immobiliari. Il valore aggiunto nelle costruzioni ha registrato un aumento (0,6%).
Tra luglio e settembre, l’indice di diffusione delle espansioni1, che misura la percentuale di settori in crescita rispetto al totale dei settori, ha confermato livelli al di sotto del 50% sia per il settore della manifattura sia per quello dei servizi.

Famiglie e mercato del lavoro

Nel terzo trimestre, si è accentuata la fase di debolezza dei consumi finali nazionali che hanno registrato una diminuzione (-0,1%) a sintesi di un calo della spesa delle famiglie residenti (-0,1%) e di una stazionarietà per quella delle amministrazioni pubbliche.

La flessione della spesa ha riguardato sia i beni non durevoli (-0,5%) sia quelli durevoli (-0,1% dopo il +0,9% del trimestre precedente); la spesa per servizi ha registrato, invece, un lieve aumento (0,2%). Tuttavia, a ottobre 2018 le vendite al dettaglio, misurate in volume, hanno mostrato un miglioramento congiunturale (+0,2%) influenzate dalla crescita sostenuta del commercio elettronico.
A ottobre, il livello di occupazione è risultato sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente a sintesi dell’aumento dei dipendenti permanenti (+0,3%, pari a 37 mila unità) e del calo sia di quelli a termine (-0,4%, -13 mila), che registrano il primo segnale negativo dopo sette mesi consecutivi di crescita, sia degli indipendenti (- 0,3%, -16 mila.

Questi andamenti si legano con i segnali provenienti dai dati amministrativi dell’Inps sulle assunzioni e cessazioni dei rapporti di lavoro che evidenziano un significativo livello delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato.
In presenza di un calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,6%, pari a -77 mila unità) è aumentato il numero di persone in cerca di occupazione: il tasso di disoccupazione è salito al 10,6% (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente).

Prezzi

In novembre l’inflazione ha mostrato una contenuta risalita.

L’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività ha registrato una crescita tendenziale del 1,7%, un livello sign Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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