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martedì 28 marzo 2017

Io l’euro e la Rosina!

Andrea Mazzalai
Trend Online
Io l’euro e la Rosina!
 
Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) fine settimana in occasione del sessantesimo anniversario della firma dei trattati di Roma, sul Sole 24 Ore si sono dati da fare per intervistare quelli che loro chiamano nove economisti, tirando dentro di tutti da blogger a private banker a portfolio advisor ed ex manager di fondi, spacciandoli per economisti…
Cosa non si fa per la causa, si fanno nove interviste delle quali ben sei a favore dell’euro e solo tre negative.
E verrà quel dì di lune, mi vò al mercà a comprà l’euro.
Lune l’euro e fine non avrà e fine non avrà… e la Rosina bella la va’ al mercà e la Rosina bella la va’ al mercà.
Per gli eurofili senza se e senza ma è stato un fine settimana di gloria, noi invece siamo al lavoro per preparare un dossier, nei minimi particolari che condivideremo più avanti.
A parte gli scherzi in queste interviste che vi lascio leggere se ne sono lette di tutti i colori ma la più bella è quella che hanno fatto al capo economista della BCE Praet, ovvero come chiedere all’oste se il suo vino è buono…
“È un inganno – dice il membro del comitato esecutivo della Bce – Ci si è dimenticati di quando in Italia i tassi d’interesse erano in doppia cifra”. I costi di un ritorno alla lira, dice, sarebbero enormi e i poveri ne soffrirebbero più di tutti. L’Italia ha invece bisogno di riforme che creino ricchezza nel lungo periodo.
Non solo chiedi all’oste se il suo vino è il migliore, ma chiedi a chi ha partecipato ed  amministrato questo fallimento, con supporto ideologico,  la soluzione per uscirne.
Questo fine settimana, si celebra il 60esimo anniversario del Trattato di Roma. L’unione monetaria, con la creazione dell’euro, è uno degli elementi più tangibili dell’integrazione europea. Oggi è sotto crescente attacco da parte di forze anti-euro in diversi Paesi. È tornato il rischio di ridenominazione, di rottura dell’euro, come pensa qualcuno sui mercati?
L’unione monetaria è legata al progetto del mercato unico e questo a sua volta al progetto politico nato dopo la Seconda guerra mondiale con l’obiettivo di prevenire nuovi conflitti in Europa. Non si può separare l’uno dagli altri. Forse le generazioni più giovani lo hanno dimenticato. Ecco perché l’irreversibilità del progetto deve essere ribadita continuamente. Sono consapevole del fatto che alcuni analisti di mercato discutono di rischio di ridenominazione. Ma questo non è comparabile alla situazione del 2012. Non lo sopravvaluterei. Ma quel che mi preoccupa è la narrativa populista che le cose andavano meglio prima dell’euro. E’ un inganno! Siamo arrivati all’unione monetaria dopo esperienze disastrose con i cambi flessibili e alcuni tentativi senza successo di fluttuazione ordinata delle valute. Le svalutazioni, che i populisti sostengono siano un “free lunch”, un pasto gratuito, e consentano di riguadagnare competitività in modo miracoloso si sono dimostrate estremamente costose. Nel 1992, dopo una forte svalutazione della lira, il mercato unico era minacciato e sono cominciate a emergere barriere non tariffarie al commercio. La memoria tende a essere selettiva, ci si è dimenticati di quando in Italia i tassi d’interesse erano in doppia cifra. Le svalutazioni danno un po’ di respiro nel breve termine, ma questo è annullato dall’inflazione e da premi al rischio più alti.
Bene, come sempre la narrativa eurista è ricca di “fake news” non perdiamo troppo tempo ma una la facciamo demolire dal professor d’Antoni, docente di Scienza delle Finanze all’Università di Siena, visto che noi non siamo economisti ma non ci vuole molto ad arrivarci… Il discutibile vantaggio dei tassi d’interesse.
Si sente spesso richiamare, tra i vantaggi della moneta unica, l’effetto positivo che essa avrebbe avuto sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. Con l’euro il nostro paese ha visto infatti una riduzione dei tassi di interesse dai livelli dei primi anni ’90 (quando si arrivò a toccare il 14%) a valori compresi tra il 3 e il 6% nel periodo 1999-2008, e ancora più bassi nel biennio a noi più vicino.
Si tratta tuttavia di un vantaggio discutibile, per diverse ragioni. Per cominciare, la riduzione dei tassi è stato un fenomeno generalizzato, che ha riguardato anche i paesi che non hanno adottato l’euro. Inoltre, sappiamo che la sostenibilità del debito dipende in realtà dal cosiddetto tasso di interesse corretto per la crescita, ovvero dalla differenza tra tasso di interesse e crescita nominale. Negli anni ’90 erano alti i tassi di interesse nominali, ma avevamo una maggiore crescita reale e nominale (leggi: inflazione). Il tasso di interesse corretto per la crescita, che si era ridotto nel periodo 1999-2007 rispetto al periodo precedente, nel periodo post-crisi è tornato vicino ai valori pre-euro.
Le ragioni? La trappola di bassissima crescita reale e inflazione praticamente azzerata dalla quale non riusciamo ad uscire. L’età dell’oro dei primi anni dell’euro sembra tramontata. E forse non è nemmeno auspicabile che ritorni, se è vero quanto molti economisti sostengono: che proprio i bassi tassi di interesse reale nella periferia europea, risultato dell’adozione di una stessa politica monetaria comune per economie così diverse, sarebbero stati una delle cause dell’accumulo di squilibri all’origine della crisi e della stagnazione nella produttività. Occorre infine ricordare che con la moneta unica abbiamo affidato il ruolo di garanzia di ultima istanza sul nostro debito ad un soggetto terzo quale è la Bce. Tale ruolo viene esercitato con condizionalità precise, e questo ha un prezzo salato da pagare in termini di autonomia nella conduzione della politica economica.
La riduzione  dei tassi di interesse che l’euro ha portato solo a noi è questa…
In effetti anche Stati Uniti, Giappone e Inghilterra sono entrati nell’area euro beneficiando dell’integrazione…
Ci fermiamo qua, sarebbe troppo facile smontare pezzo per pezzo le fesserie euriste!
Io capisco la paura del ritorno ai tragici eventi delle due guerre mondiali, ma la Germania sta adottando la stessa tattica in questa querra commerciale e finanziaria, dire che serviva una crisi per avere più Europa ha prodotto milioni e milioni di morti, uomini e donne che hanno perso il lavoro, perchè la teoria economica dell’OCA richiede l’aggiustamenteo dei salari imponendo deflazione salariale come disse chiaramente il suo ideatore, Robert Mundell.
Poi certo, c’è guerra e guerra, ma come diceva un saggio, recessione è quando intorno a te tutti perdono il posto di lavoro, depressione è quando all’improvviso perdi il tuo!

ZAR in calo con l’aumento dell’incertezza politica

Swissquote
Trend Online
ZAR in calo con l’aumento dell’incertezza politica
 
Lo ZAR scivola con l’aumento dell’incertezza politica
di Arnaud Masset
Il rand sudafricano è stato una delle poche monete che non ha sfruttato al massimo l’ondata di vendite sull’USD. La coppia USD/ZAR è salita del 4,3% da lunedì, raggiungendo la soglia a 13,00 per la prima volta dal 15 marzo, perché cresce l’incertezza politica. Lunedì, il ministro delle Finanze Pravin Gordhan, impegnato in una serie di incontri itineranti con possibili investitori, è stato richiamato dal presidente Zuma per apparire oggi in tribunale. Circolano voci secondo cui il presidente Jacob Zuma chiederà presto al ministro Gordhan di dimettersi. Trovare un possibile successore sarà un’impresa ardua e l’incertezza ha spinto gli investitori a liquidare bond sovrani, facendo salire i rendimenti dei decennali di 47 punti base, all’8,80%.
Il mercato, però, è abituato a brusche impennate della volatilità provocate del governo di Zuma; crediamo, quindi, che la pressione tornerà presto su livelli normali, man mano che gli investitori riprenderanno la loro caccia ai rendimenti. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) breve termine, la coppia USD/ZAR dovrebbe rapidamente tornare verso il livello a 12,50.
Seguire il catalizzatore principale e non il clamore passeggero su Trump
di Peter Rosenstreich
Negli ultimi cinque anni, il nostro catalizzatore principale per il prezzo degli asset era che la politica accomodante delle banche centrali avrebbe sostenuto la propensione al rischio. La Brexit, Trump, il terrorismo con tutti i loro tuoni e fulmini riescono a muovere gli investitori da capitali a basso prezzo. Se la prospettiva, fra due giorni, di dividere la più grande unione economica al mondo (l’invocazione dell’Articolo 50 dal Regno Unito) non provoca una fuga precipitosa verso l’avversione al rischio, perché dovrebbe farlo la prospettiva di uno stallo politico negli USA? Avevamo avvertito gli investitori di non fermarsi ai titoli passeggeri e a cali non strutturali (le valutazioni del rischio sono elevate), come opportunità per riposizionarsi lunghi. Gli indici azionari asiatici hanno già compensato il calo negli USA, ciò significa che gli investitori non seguono più la storia di Trump. L’ulteriore debolezza della curva dei rendimenti USA ha contribuito a sostenere la propensione al rischio (il decennale USA si è stabilizzato al 2,37%). L’USD si è indebolito contro gran parte delle valute dei mercati emergenti, soprattutto RUB e MXN, dopo che il presidente della Fed di Chicago Evans ha mostrato toni da colomba (il che non stupisce). Ha detto che la fallita abrogazione dell’Obamacare fa aumentare l’incertezza e dovrebbe far abbassare naturalmente le prospettive sui rialzi della Fed. Questo nuovo ciclo fa emergere il rischio legato all’inseguire la volatilità piuttosto che rimanere fedeli al catalizzatore principale. Oggi in calendario abbiamo gli interventi di Kaplan e George, noti per le loro posizioni da falco, che manterranno vive le speranze di un rialzo a giugno. Restiamo rialzisti sul rischio, nonostante l’evidente eccesso di corti in USD, considerata l’opportunità di cogliere i profitti delle operazioni di carry trade per partecipare al trading sulle valute a rendimento più alto (rischio macro limitato). L’unica eccezione è il nostro andare corti sull’EUR/CHF, che dovrebbe scendere gradualmente, mettendo la BNS in una situazione molto difficile.
Il Messico recupera un po’ le forze, nonostante Trump
di Yann Quelenn
I mercati prevedono che Trump s’imbatterà in altre difficoltà nell’attuazione del suo programma. La storia infinita del muro di Trump al confine con il Messico è lungi dall’essere finita, anche se sembra difficile immaginare come sarà finanziato; ricordiamo che, all’inizio, Trump aveva detto che sarebbe stato il Messico a dover pagare.
Dal punto di visto economico, il Messico analizza approfonditamente tutti gli sviluppi in arrivo dalla Fed. Verosimilmente giovedì Banxico porterà il tasso overnight dal 6,25% al 6,5%. La banca centrale messicana ha modificato le date della sua riunione per seguire quelle del FOMC e fare così in modo che per la politica monetaria messicana non ci siano sorprese dovute agli interventi della Fed. Uno degli obiettivi principali di Banxico è mantenere uno spread fra i tassi USA e messicani, per evitare un deflusso di capitali.
Dal punto di vista valutario, il peso messicano (MXN), che aveva sofferto per l’elezione di Trump, si sta rafforzando da metà gennaio. Altri dati mostrano che il Messico si è ripreso un po’, fra questi il deficit commerciale, che a febbraio è sceso a 398 milioni di USD rispetto ai 736 milioni di gennaio, e le esportazioni delle fabbriche, che hanno fatto registrare un balzo.
Siamo inoltre fermamente convinti che Trump avrà grosse difficoltà nella stesura del nuovo NAFTA (accordo nordamericano per il libero scambio), che ha legato per due decenni Canada, USA e Messico. Per questo motivo, crediamo che vi sia ulteriore spazio per l’MXN e miriamo a 16,00 entro fine anno.

Brexit, l’Articolo 50 peserà sulla domanda interna dell'Uk

Pierpaolo Molinengo
Trend Online
Brexit, l’Articolo 50 peserà sulla domanda interna dell'Uk
 
Nick Leung, Research Analyst di WisdomTree, spiega che Theresa May sta per aprire i negoziati per la Brexit presentando una lunga lista di richieste. Tra le priorità del Primo ministro britannico emergono la definizione di un nuovo accordo commerciale, la ripresa del controllo sull’immigrazione e il ritorno alla sovranità legislativa nazionale. Tuttavia, mentre il governo continua a sperare in un accordo favorevole, gli asset nazionali restano decisamente a rischio per via del clima d’incertezza che aleggia sul fronte macro-economico. Ad apparire più protette da questi rischi sono, ironia della sorte, le esposizioni sull’azionario britannico in senso ampio, soprattutto i titoli di aziende che distribuiscono dividendi.
Strada spianata verso una “hard Brexit”
Con le elezioni appena concluse in Olanda, e con la Francia, la Germania e l’Italia che andranno ai seggi nei prossimi diciotto mesi, l’UE potrebbe optare per la  linea dura, non volendo dare un’immagine di debolezza - spiega Nick Leung -. Ciò significa che risulterà quasi impossibile per il governo britannico ottenere condizioni favorevoli sulla maggior parte, se non tutti, gli attuali obiettivi di Brexit. Salva la possibilità di ricalibrare le richieste di conseguenza, il Regno Unito si trova di fronte alla poco allettante prospettiva di vedersi proporre un accordo svantaggioso – o addirittura nessun tipo di accordo.
A tale proposito, le pressioni su Theresa May affinché riveda gli obiettivi per l’uscita dall’Unione Europea proverranno unicamente dallo stesso Regno Unito, ma è improbabile che siano esercitate dai membri filo-europeisti o conservatori pro-Brexit, vista la volontà di Theresa May di mantenere una ferrea disciplina di partito, stroncando sul nascere eventuali dissensi interni.
Austerity destinata a continuare nel clima d’incertezza dovuto alla Brexit
Alla luce dell’imminente rischio politico, anche i rischi che l’attività economica dovrà affrontare nel Regno Unito nei prossimi anni non sono da sottovalutare - spiega Nick Leung -. L’Office for Budget Responsibility (OBR) prevede il rallentamento del PIL nel 2017, in conseguenza soprattutto del calo della domanda interna con una diminuzione dei contributi trimestrali complessivi al PIL nell’ordine dello 0,1% per il 2017 equivalente ad oltre lo 0,4% annuo su base annualizzata.
A fronte della decelerazione dell’economia, Philip Hammond, il Cancelliere dello Scacchiere (il Ministro delle Finanze inglese), non si è sbottonato riguardo alla prossima strategia economica, mentre la manovra finanziaria di primavera (il cosiddetto “Spring budget”) non evidenzia nessuno stimolo pre-Brexit alla spesa. Al contrario, il governo ha riconfermato il sostegno all’austerity, impegnandosi a mantenere gli obiettivi di riduzione del deficit ben oltre la scadenza del mandato.
Un simile provvedimento indubbiamente sposterebbe alla prossima legislatura la scadenza entro la quale cancellare il deficit e minerebbe la politica fiscale di Hammond - spiega Nick Leung -. Ma in assenza di evidenti fattori di traino alla crescita, una minore austerità per un periodo più lungo potrebbe essere necessaria a controbilanciare l’indebolimento della domanda interna. Stanno già emergendo i primi segnali di debolezza dei consumi, con la crescita delle vendite al dettaglio nel mese di gennaio, anno su anno, al minimo dal 2013. Anche gli investimenti privati appaiono fragili: le mid/small cap britanniche devono infatti affrontare una triplice morsa, strette tra l’aumento dei costi delle importazioni, l’aumento dei salari e l’aumento dei tassi per le aziende.
Asset allocation: rialzisti sulle aziende esportatrici britanniche, ribassisti sui Gilt e l’azionario nazionale
Il perseguimento della posizione ideologica di Theresa May sulla Brexit intensificherà le pressioni macro-economiche per il Regno Unto nel breve periodo - spiega Nick Leung -. Un nuovo deprezzamento della sterlina dovuto alle incertezze dei commerci graverà sui Gilt e sul loro status di porto sicuro. Anche una forte spinta all’indipendenza scozzese potrebbe a sua volta rappresentare una fonte aggiuntiva di preoccupazione per gli investitori nei titoli di Stato britannici.
In un contesto macro-economico così fragile, gli investitori potrebbero considerare interessante la diversificazione delle proprie allocazioni sull’azionario britannico. In particolare, i “panieri” di titoli britannici che distribuiscono dividendi con un’elevata esposizione alle multinazionali del Paese potrebbero offrire opportunità migliori, poiché il ribasso della sterlina incentiverà gli utili esteri.

CALENDARIO RISULTATI UTILI SOCIETA' QUOTATE

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