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venerdì 22 settembre 2017

Weekly Economic Monitor

Il punto
Il FOMC annuncia l’avvio di QExit a ottobre e mantiene un rialzo a dicembre. Il messaggio è di ampia fiducia nella solidità della ripresa, che giustifica il proseguimento della normalizzazione della politica monetaria, pur in presenza di inflazione bassa e di volatilità legata agli uragani.
La politica del bilancio rimarrà sullo sfondo e la politica monetaria attiva verrà gestita attraverso i tassi, previsti su un sentiero di moderati rialzi, con un punto di arrivo al 2,75% nel 2020 (da una precedente stima del tasso neutrale al 3%).
L’economia mondiale? Né troppo calda, né troppo fredda
L’andamento dell’economia mondiale ha continuato ad essere positivo nel 3° trimestre 2017, e in alcuni casi migliore delle attese. La nostra valutazione delle prospettive per il 2018 resta pressoché immutata: la fase di espansione continuerà, appena disturbata da una modesta riduzione dello stimolo monetario e dai riallineamenti valutari. Bassa inflazione e dinamiche del credito moderate consentono alle banche centrali di gestire questa fase con gradualità.
Spagna: la questione catalana è anche una questione europea
Il governo di Madrid tenta di scoraggiare le spinte indipendentiste catalane con l'uso della forza, giustificato dall’obbligo di difendere la Costituzione. Ma l’escalation potrebbe radicalizzare ulteriormente lo scontro. La posta in gioco è alta per la regione che sembra ignorare le conseguenze di un voto favorevole all’indipendenza. La riapertura della questiona catalana non fa bene al già governo spagnolo, che ricordiamo è un governo di minoranza, ma non fa bene nemmeno all’Europa. L’eventuale successo delle forze indipendentiste potrebbe rivitalizzare le spinte alla disgregazione presenti in altri paesi. Indirettamente, inoltre, la crisi può aumentare le difficoltà a raggiungere posizioni condivise sui grandi temi dell’agenda politica europea.
I market mover della settimana
Nella zona euro, il focus a inizio settimana sarà sull’esito del voto tedesco. La CDU dovrebbe essere confermata primo partito. L’esito delle votazioni e i consensi raccolti dai vari partiti daranno indicazioni sul possibile partner di governo di Merkel in questo 4° mandato. Gli ultimi sondaggi indicano che una coalizione con i liberali di FDP e Verdi è aritmeticamente possibile. Per le politiche europee una riconferma dell’attuale grosse koalition sarebbe preferibile, data la maggior apertura dei social democratici. Vi è il rischio che i populisti di AfD ottengano più voti di quanto suggerito dagli ultimi polls (11%) e che quindi diventino il principale partito all’opposizione. Per maggiori dettagli sul voto tedesco si veda il Weekly Economic Monitor dello scorso 8 settembre. Sul fronte dei dati, le indagini di fiducia IFO, INSEE, Istat e indice di fiducia economica della Commissione UE dovrebbero confermare che la ripresa procede a ritmi solidi anche se l’accelerazione massima dovrebbe essere ormai alle spalle. Le stime preliminari dovrebbero mostrare l’inflazione in aumento di 0,1 sia nella media area euro, all’1,6% che in Germania, all’1,9% e in Italia all’1,5%. Ci aspettiamo, invece, un rallentamento di 0,2 in Francia, a 0,8%. Infine, le vendite al dettaglio ad agosto sono attese in aumento sia in Germania (+1,0% m/m) sia in Francia (+0,2% m/m).
La settimana ha diversi dati in uscita negli Stati Uniti, che includeranno informazioni post-uragani, senza modificare il quadro di crescita moderata. La fiducia dei consumatori a settembre dovrebbe correggere per via dell’effetto degli uragani, mentre le vendite di nuove case e gli ordini di agosto non dovrebbero risentirne. Il deficit commerciale dei beni di agosto potrebbe essere influenzato dal clima, per via di un freno alle esportazioni. La stima finale del PIL del 2° trimestre dovrebbe confermare una crescita del 3% t/t ann.
Autore: Intesa Sanpaolo Studi E Ricerche

Dopo 10 anni, i fondi pensione si rivelano più convenienti del TFR in azienda

I fondi pensione vincono sul Tfr in azienda. L’80% dei lavoratori dieci anni fa, con l’entrata in vigore della legge 252/2005, davanti alla scelta di cosa fare della propria “liquidazione” ha detto no alla previdenza complementare. Ma, a conti fatti, è stata la scelta sbagliata. A guardare i rendimenti, la maggioranza ha preso la strada meno efficiente. Come insegna la finanza comportamentale, i lavoratori, senza una scelta obbligata o quasi, davanti alla formula del silenzio/dissenso, spesso prendono le decisioni meno convenienti per le proprie tasche.
 


























Il Sole 24 ore, insieme a Consultique (società di consulenza finanziaria indipendente), ha messo a confronto le posizioni di quattro ipotetici gemelli che dieci anni fa hanno fatto scelte diverse sulla destinazione del proprio Tfr. C’è chi ha deciso di lasciarlo in azienda, chi allo Stato, chi a un fondo negoziale, a un fondo aperto o a un Pip (Piano individuale pensionistico) a gestione separata. Calcolando la media annua dei rendimenti di ciascuna forma previdenziale e i tassi di rivalutazione, il risultato che viene fuori è che chi ha mantenuto il Tfr in azienda oggi ha un capitale inferiorerispetto a chi ha aderito alla previdenza complementare. Tra le diverse forme, in particolare, i fondi di categoria sono quelli che mostrano la capacità di rivalutazione maggiore, con un +44% sul Tfr.
 
I fondi pensione hanno mostrato quindi di saper rivalutare i contributi dei lavoratori sui mercati finanziari più del tasso di rivalutazione del trattamento di fine rapporto. In questo decennio, poi, i fondi pensione si sono rivelati utili per chi li ha sottoscritti, anche perché i lavoratori hanno potuto attingervi per far fronte alle proprie necessità. Nel 2015, allo scadere degli otto anni di sottoscrizione del fondo (come prevede la legge), si è registrato un picco delle richieste di anticipazioni: da 1,4 a 2,1 miliardi secondo Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione.
 
Ma se razionalmente i fondi pensione sono così convenienti, allora perché la maggioranza ha preferito lasciare il Tfr in azienda e così pochi vi aderiscono? La finanza comportamentale spiega quanto per il risparmiatore sia difficile costruire un piano a lungo termine senza spinte semi o obbligatorie da parte del sistema. I lavoratori, davanti a un’opzione facoltativa, tendono più spesso a sbagliare che a fare il proprio interesse. Tant’è che le migliori soluzioni finanziarie non sono anche quelle con il maggior successo di adesioni. Secondo l’ultimo bollettino Mefop, ad esempio, al fondo di categoria con il miglior rendimento a dieci anni, Astri, si è iscritto solo poco più della metà degli aventi diritto.
 
Razionalmente, scegliere i fondi pensione sarebbe stata la scelta giusta. E invece quasi l’80% degli italiani ha deciso di non costruirsi una pensione complementare. Tant’è che ora andare in pensione, anziché una risorsa, per molti è diventato un cruccio. O forse solo un “lusso” che non tutti possono permettersi.   http://www.pictetperte.it

Riemergono le questioni legate al credito in Cina

Riemergono le questioni legate al credito in Cina
Lo yuan cinese continuerà a scivolare sulle apprensioni per l’indebitamento eccessivo
By Arnaud Masset
I titoli azionari cinesi hanno chiuso in ribasso per il secondo giorno consecutivo, dopo che Standard & Poor’s ha tolto alla Cina il rating AA (Francoforte: A116XA - notizie) -. L’indice Shanghai Composite ha ceduto fino allo 0,90% negli ultimi due giorni, perché gli investitori hanno liquidato le azioni cinesi dopo che l’agenzia di rating ha abbassato il giudizio della Cina ad A+ sull’onda delle preoccupazioni per l’aumento del credito. L’indice composito di Shenzhen, ad alto tasso di titoli tecnologici, ha perso addirittura l’1,60% dalla chiusura di mercoledì, recuperando però fino al -1,20% prima del fine-settimana.
Standard & Poor’s ha giustificato la sua decisione affermando che “il declassamento riflette la nostra valutazione, cioè che il periodo prolungato di forte crescita del credito abbia fatto aumentare i rischi economici e finanziari per la Cina”. Non è una novità che la Cina debba diminuire la leva finanziaria nella sua economia; la questione è passata però in secondo piano negli ultimi mesi, perché gli investitori si sono concentrati sulle bizze di Trump e sul prospettato restringimento delle politiche della Fed e della BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) . Venerdì, sulla scia del declassamento della Cina, l’agenzia di rating ha tagliato anche il rating di Hong Kong, da AAA ad AA+, affermando che “abbassiamo il rating di Hong Kong per riflettere i potenziali rischi di ripercussioni sulla Regione Amministrativa Speciale se la riduzione della leva in Cina si rivelasse più destabilizzante di quanto prevediamo al momento.”
Ora che la Fed ha finalmente dato avvio al processo per ridurre il suo bilancio e che la BCE si appresta per lo meno a ridurre il suo programma di allentamento quantitativo, gli investitori torneranno probabilmente a concentrarsi sulla Cina e sui problemi legati al suo indebitamento eccessivo. Lo yuan ha continuato a cedere terreno contro l’USD, la coppia USD/CNY è salita a 6,60, in rialzo del 2,45% dal minimo multi-mensile pari a 6,439. È probabile un’ulteriore debolezza dello yuan in previsione di un ulteriore probabile declassamento e delle crescenti preoccupazioni per il livello di indebitamento.
L’EUR/CHF raggiunge il massimo dal gennaio del 2015
By Yann Quelenn
La coppia EUR/CHF ha toccato il livello massimo dalla rimozione dell’ancoraggio nel gennaio del 2015. La coppia è salita addirittura fino a quota 1,1620 CHF per un euro. Il movimento rialzista è attribuibile soprattutto al previsto inizio, a ottobre, della riduzione del programma di acquisto titoli della BCE. Fino a quel momento la coppia sarà oggetto di pressioni rialziste.
Le principali banche centrali (fatta eccezione per la BoJ) si stanno lentamente muovendo verso un ulteriore restringimento e, nello specifico, la riduzione del bilancio. Al momento cresce la richiesta di euro. Rimaniamo tuttavia scettici sulla forza dell’euro nel medio termine.
Attualmente i mercati credono alla flessione del tasso di disoccupazione, all’attenuarsi della minaccia di deflazione (1,5% a/a) e alla crescita continua nell’Eurozona. A nostro avviso, si tratta invece di un equilibrio molto precario. I paesi europei hanno un debito elevatissimo e la crescita attuale è dovuta solo alla massiccia iniezione di denaro fresco. Qualsiasi saggio investitore dovrebbe guardare al problema del debito greco per convincersi che le cose non finiranno bene. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) medio termine, però, la moneta unica probabilmente si apprezzerà contro il franco svizzero.

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