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giovedì 15 novembre 2018

Il Punto sui Mercati


Piazza Affari negativa in scia ai nuovi timori sulla Brexit alimentati dalle dimissioni del ministro della Brexit, Dominic Raab. L'indice Ftse Mib perde lo 0,37%, il Ftse Italia All Share lo 0,36% mentre il Ftse Italia Star lo 0,24%.
*Flash sui titoli in evidenza nella seduta del 15 novembre:
I.M.A.*
Corposo rialzo per I.M.A.
(+7%) che balza a contatto con il lato superiore di un flag rialzista disegnato dai minimi di ottobre, riferimento a 57,25 circa. Il superamento di questo ostacolo lancerebbe i prezzi verso area 60, quota pari al 38,2% di ritracciamento della discesa partita a settembre. Target successivo a 63,30.

Per riportare fiducia negli acquisti saranno tuttavia necessari movimenti oltre 65 euro, ex supporto rappresentato dai minimi di febbraio. Sotto area 52 invece rischio di riattivazione del downtrend per target negativi a 45 circa (supporti intermedi a 50 e 47,60). 
-Target: 63,3 euro
-Negazione: 52 euro
-RSI (14): neutrale
Banca Intermobiliare
Banca Intermobiliare (+5,16%) rimbalza dopo il test del minimo di ottobre a 0,301.
La tenuta di questo supporto, coincidente con la linea che sale dai minimi di settembre, sarà fondamentale per garantire al titolo la possibilità di costruire una reazione più solida in direzione di area 0,40. Oltre questo riferimento atteso il test del picco di ottobre a 0,42, poi via libera verso 0,50.

Al contrario, discese sotto 0,30 porterebbero nuova debolezza.
-Target: 0,40 euro
-Negazione: 0,30 euro
-RSI (14): neutrale
Maire Tecnimont
Tenta di reagire Maire Tecnimont (+2,18%) dopo lo sconfinamento in zona di ipervenduto dei principali oscillatori grafici.
Per intravedere segnali di miglioramento, il titolo dovrà stabilizzarsi sopra i massimi del 2015 a 3,25 circa e da questi livelli realizzare un rimbalzo verso gli ex supporti a 3,65 circa. Sotto 3,25 invece rischio elevato di affondo in area 3, linea che sale dai minimi di inizio 2016, la cui violazione sposterebbe il target a 2,794, per la ricopertura del gap rialzista di marzo 2017.
-Target: 3,65 euro
-Negazione: 3,25 euro
-RSI (14): neutrale
Mondo TV
Pesantissimo ribasso per Mondo TV (-26,73%) che in due sedute ha perso quasi il 60% del suo valore precipitando sui livelli di inizio 2015 a 1,85 circa.

L'elevata volatilità del titolo e la situazione di eccesso sui principali oscillatori tecnici rende probabile un rimbalzo verso 2,70 euro e 3 euro circa. La permanenza sotto i 2 euro confermerebbe invece lo scenario fortemente negativo in direzione almeno di 1,35 euro.
-Target: 2,70 euro
-Negazione: 1,85 euro
-RSI (14): ipervenduto
(CC - www.ftaonline.com)
Fonte: News Trend Online

I colloqui fra USA e Cina spingono l’azionario asiatico


I colloqui fra USA e Cina spingono l’azionario asiatico

By Vincent Mivelaz
Sono ripresi colloqui di alto livello dopo una telefonata, all’inizio del mese, fra il presidente USA Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping, che ha segnato l’avvio di negoziati in vista del vertice G20 alla fine del mese.
Le azioni cinesi, australiane e coreane hanno guadagnato terreno, invece la borsa giapponese ha registrato una flessione. Il Nikkei 225 ha ceduto lo 0,20%, l’Hang Seng di Hong Kong ha tratto vantaggio dagli risultati del T3 di Tencent, chiudendo al +1,75%, mentre il Kospi sudcoreano è salito dello 0,97%.

Le azioni USA sono scese per la terza volta questa settimana, mentre il petrolio ha registrato una discreta ripresa dopo la tendenza ribassista durata 12 giorni, che ha generato perdite complessive pari al -17,60%. L’Aussie (AUD) rimane la valuta più forte, sulla scia dei dati positivi sull’occupazione e del dollaro più debole.
Al momento l’AUD/USD scambia a 0,7293 e nel breve termine si avvicina alla fascia dello 0,7315.

La sterlina affonda nel caos della Brexit

By Vincent Mivelaz
Stamattina la sterlina è precipitata dell’1,5%, con l’impennata dell’incertezza per la Brexit.

Ieri il governo britannico aveva approvato un accordo di 585 pagine redatto insieme all’Unione Europea. Ma oggi il ministro britannico per la Brexit, Dominic Raab, si è dimesso, affermando di “non poter, in coscienza, sostenere i termini proposti per il nostro accordo con l’UE”.
Anche il ministro per il Lavoro e le Pensioni Esther McVey e il ministro per l’Irlanda del Nord Shailesh Vara si sono dimessi stamattina, e circolano voci sul possibile forfait di altri ministri.
L’euforia per il presunto accordo si sta trasformando in apprensione che l’accordo possa essere cestinato entro la fine dell’anno.

Anche se il parlamento UE ne approvasse i termini, il voto decisivo arriverà dal parlamento britannico nel dicembre 2018. Ovviamente la GBP rimarrà sotto pressione. A quota 1,30 in avvio di seduta, nel breve termine si dirige a 1,2800.
Autore: Swissquote Fonte: News Trend Online

Brexit: caos a Londra, raffica di dimissioni. Crolla la sterlina


Mattinata di volatilità e incertezza sui mercati europei. Alle 12.30, infatti, l'Europa da una parte aveva il Ftse Mib a -0,5%, in rosso some anche il Cac40 a -0,25% mentre andavano meglio le cose sul Dax e a +0,13% e sul Ftse100 a +0,18%. 

Il caos Brexit del post accordo


Dopo l'accordo di ieri, accordo peraltro mal digerito da gran parte dei ministri del governo May, arrivano le prime vittime.

Si tratta di Dominic Raab, ministro per la Brexit che ha rassegnato proprio in queste ore le sue dimissioni: l'intesa siglata ieri sera non è un testo da lui condiviso. Non è il solo ad aver fatto una scelta così drastica: Shailesh Lakhman Vara, ministro del governo May per l'Irlanda del Nord, aveva lasciato il suo incarico perchè in disaccordo con il patto siglato seguita dalla sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman e dal monistro del Lavoro Ester McVey.

Salgono così a 21 i ministri che, nel corso degli anni, hanno dato l'addio al governo di Theresa May. 
Da parte sua, Raab, da sempre giudicato uno degli esponenti meno critici verso l'accordo, ha dichiarato che la normativa proposta per l'Irlanda del Nord è una vera e propria “minaccia per l'integrità del Regno Unito”.

Le attese per dicembre

Non solo, ma, come detto, l'addio è stato dettato anche da quella che secondo lui è una proposta di Brexit troppo soft e che permette all'Unione di tenere in ostaggio Londra la quale, per l'ex ministro, si troverebbe ad aver fatto troppe concessioni a Bruxelles.

Intanto il Consiglio europeo fa sapere di aver confermato ufficialmente il summit straordinario annunciato per il 25 novembre ma in molti guardano ai primi di dicembre quando sarà il parlamento britannico a doversi pronuciare sull'intesa. E il governo May continua a perdere pezzi con il risultato di avere margini di consenso sempre più piccoli anche di fronte all'opinione pubblica.
Gli scontenti, infatti, aumentano da entrambe le parti sia chi voleva un divorzio netto e definitivo sia chi, invece, preferiva restare nell'unione. Anche per questo motivo, di fronte alle incertezze soprattutto interne al governo May (che a questo punto rischia anche di cadere) la sterlina ha iniziato a perdere terreno: 1,2808 dollari da 1,2990 di ieri con un calo di oltre l'1%.

La road map

I tempi, a questo punto, diventano contingentati: oltre alla data del 25 novembre con il Summit europeo e alla prima settimana di dicembre (forse il 6) in cui il parlamento inglese esaminerà il testo, l'attenzione è per quel fatidico 29 marzo 2019 quando di fatto scatterà la Brexit con un periodo transitorio di 21 mesi in cui Londra continuerà a far parte dell'Unione ma senza potere decisionale, nel frattempo che non si attiveranno i negoziati per gli accordi commerciali con altri paesi.

Dal 1 gennaio 2021 la Gran Bretagna, a meno di sorprese, sarà un paese estraneo all'Unione.
L'annoso problema si trascina ormai da oltre 2 anni e cioè da quando il risultato del referendum voluto dall'allora primo ministro David Cameron colse di sorpresa persino i rappresentanti del fronte separatista che l'avevano promosso.

La storia della Brexit

Si trattava del primo dei tanti paradossi che avrebbe caratterizzato un lungo divorzio che era nato sulla spinta della rabbia verso l'Europa fomentata in particolar modo da Boris Johnson, appartenente allo stesso Partito Conservatore del primo ministro Cameron, e da Nigel Farage numero uno del Partito per l'Indipendenza del Regno Unito (UKIP).

Il referendum, infatti, chiedeva solo di uscire o meno dall'Ue ma non specificava quali modalità e tempistiche si sarebbero dovute usare. Il che, durante la fase dei colloqui, si è poi rivelato il particolare determinante.

Un paese diviso

I numeri usciti dalle urne quel 24 giugno 2016, infatti non solo consegnavano la nazione al partito dei favorevoli all'uscita dall'UE ma creavano di fatto un taglio verticale nella società inglese: 51,9% erano i sostenitori del Leave (abbandonare l'Ue) contro il 48,1% dei Remain (restare nell'Ue).

Inoltre il voto stesso poneva anche altre conseguenze di natura politica oltre che sociale: la multietnica Londra, da molti accusata di fagocitare gran parte delle risorse economiche e degli stanziamenti governativi avendo assunto le dimensioni e l'importanza di una sorta di “Stato nello Stato”, votò in maggioranza per restare nell'unione così come la Scozia, da sempre animata da forti spinte indipendentiste.
Quest'ultima, due anni prima, aveva votato no ad un referendum simile che le avrebbe potuto donare la tanto sospirata indipendenza proprio perchè spaventata dalle tante incognite che si sarebbero presentate abbandonando la Gran Bretagna e, di conseguenza, l'Unione. Invece, paradossalmente, anche la Scozia non solo si trovava esclusa dall'Unione ma ancora legata a Londra, giogo contro il quale combatteva ormai da secoli.

In altre parole: oltre il danno, la beffa.
Fonte: News Trend Online

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